“Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati in tournée nell’Isola tra Santa Teresa Gallura, Sassari, Macomer e Carbonia

CeDAC

XXXV Circuito Teatrale Regionale Sardo

GIU’ LA MASCHERA!

LUX-T

Il bell’Antonio

di Vitaliano Brancati

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mercoledì 4 febbraio alle 21 SANTA TERESA GALLURA/ Cineteatro comunale Nelson Mandela

giovedì 5 e venerdì 6 febbraio alle 21 SASSARI/ Nuovo Teatro Comunale

sabato 7 gennaio alle 21 MACOMER/ Teatro Costantino

domenica 8 febbraio alle 20.45 CARBONIA Teatro Centrale

COMUNICATO del 02.02.2015

Un vivido affresco dell’Italia – e della Sicilia – durante il ventennio fascista, con “Il bell’Antonio”, trasposizione teatrale del celebre romanzo di Vitaliano Brancati (firmata dalla figlia dello scrittore, Antonia Brancati e da Simona Celi) in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC (nell’ambito del XXXV Circuito Teatrale Regionale Sardo, con lo slogan di sapore pirandelliano “Giù la Maschera!”).

La pièce incentrata sul dramma di un uomo imprigionato dal destino in una vita lontana in contrasto con la sua natura, e caratterizzata dagli accenti grotteschi di una pungente satira di costume, vede protagonisti dell’allestimento di Lux-T con la regia di Giancarlo Sepe, due attori del calibro di Andrea Giordana e Giancarlo Zanetti, accanto a Luchino Giordana (nel ruolo di Antonio) e a Elena Callegari, Simona Celi, Michele De’ Marchi, Natale Russo, Alessandro Romano, Giorgia Visani (scene di Carlo De Marino e disegno luci di Franco Ferrari).

Dopo il debutto nell’Isola mercoledì 4 febbraio alle 21 al Cineteatro comunale Nelson Mandela di Santa Teresa Gallura, “Il bell’Antonio” sarà in scena giovedì 5 e venerdì 6 febbraio alle 21 al Nuovo Teatro Comunale di Sassari e sabato 7 gennaio alle 21 al Teatro Costantino di Macomer, per approdare infine domenica 8 febbraio alle 20.45 al Teatro Centrale di Carbonia.

La storia di un giovane di straordinaria avvenenza, ambito e desiderato da tutte le donne, eletto a simbolo di magnifica virilità ma il cui matrimonio inopinatamente fallisce per la sua connaturata incapacità di amare, diventa metafora di una società fondata sulle apparenze: l’eroe alla rovescia di una vicenda che contraddice gli stereotipi e i retaggi culturali e soprattutto la ridondante prosopopea fascista sul mito del maschio italico, diventa oggetto di scherno e disprezzo, mentre due famiglie rischiano di scendere in guerra in nome dell’onore, e una trama quasi “boccacesca” .

La scrittura caustica di uno dei più interessanti scrittori italiani della prima metà del Novecento si trasferisce sulla scena, affidando a un eccellente e affiatato cast il compito di inverare l’enigma della bellezza e la strana tragedia di un uomo dapprima invidiato e poi deriso dai suoi simili, amato e detestato, fino a giustificare il groviglio di passioni contrastanti, in una privata catastrofe che ha per lui l’effetto paradossale di una catarsi.

Tema centrale della pièce è comunque l’amore, nelle molteplici sfaccettature di un sentimento universale e singolare a un tempo, incarnato da Antonio, bellissimo e sensuale, e parallelamente privo di ogni talento; destinato quindi secondo un’antica tradizione con radici agrarie trasferita in un immaginario novecentesco che ancora perdura, a migliorare la specie, in un’estasi dionisiaca che corrisponde alle promesse di fecondità e rinascita della natura. Il protagonista – a dispetto delle apparenze e dei desideri confessati e inconfessabili di gran parte dell’universo femminile – si sottrae suo malgrado al compito assegnatogli dal destino: un’estrema sensibilità, una sorta di ritrosia, un dolore più profondo e antico – quale che sia il suo mistero – invalidano il mito dell’intemerato guerriero, vincitore di mille battaglie fra le lenzuola, tramutandolo nella pietra dello scandalo. Il segreto delle nozze celebrate come un rito tra sacro e profano, da cui s’attendeva una stirpe di splendidi rampolli, ben presto si trasforma in dubbio e pettegolezzo, viaggia sulla bocca di tutti, ravvivato forse dall’invidia e dalla delusione, e il semidio apportatore di felicità coniugale alla fortunata sposa diviene invece presenza imbarazzante e infausta.

Vitaliano Brancati rende magistralmente l’ambiguità di un tema scottante – che fa pendant con la retorica del regime, in cui le donne diventan fattrici, o a voler ingentilire il concetto madri (di futuri soldati, o braccianti) e gli uomini dan prova di spirto guerriero e valore generando, anzi seminando la vita in quei grembi fecondi. Un argomento tabù, ma pure un’ossessione (come non pensare a “Eros e Priapo”, celebre e velenoso pamphlet di Carlo Emilio Gadda) in cui le gesta del Duce divengono modello e motivo di esaltazione del vigore di un popolo (che di ben poco altro aveva di che vantarsi o rallegrarsi): malizia e critica dei costumi s’incontrano, laddove ciò che l’ipocrisia e il perbenismo non lasciano trasparire, in realtà rappresenta il pensiero fisso di un’intera comunità.

Le qualità nascoste del “bell’Antonio” son in realtà assai diverse da quelle ipotizzate o paventate dalla maggioranza dei concittadini, le sue presunte doti di grande amatore si rivelano nella pratica inesistenti, o comunque ben lontane dalle aspettative e il giovane precipita dalla gloria (non desiderata né richiesta) alla polvere, dall’acclamazione a – una volta spento l’eco delle voci, e pacificati gli animi – un più consono silenzio. Il miraggio erotico delle fanciulle, l’oggetto del desiderio delle fidanzate e delle spose, ché alle fanciulle non è dato neppure di pensarle, certe cose, è in realtà, appunto, solo un’invenzione: il rampollo nullafacente che ha preso in moglie, sulla spinta della famiglia, la figlia di un noto avvocato, si svela del tutto inadeguato a quanto la sua (immeritata) fama di seduttore avrebbe lasciato presagire.

La tragicomica vicenda del protagonista adombra – oltre la sottile critica di costume sui luoghi comuni di certa sicilianità, o italianità, e sulla pretesa di misurare gli uomini in base alle prestazioni amatorie – una più spietata satira sulla vacuità celata dietro le parole reboanti, il fanatismo politico e sessuale, le enfatiche dichiarazioni dei sostenitori del regime. Il re è nudo – la falsità è svelata: dietro la maschera del potere non vi è nulla, o forse solo uno specchio in cui rimirar se stessi; né dèi né semidèi, e neppure eroi che possano trasportare il Belpaese verso epiche vittorie, ma semplici esseri umani accecati dalla vertigine e dal mito della forza.

CONTATTI: per l’Ufficio Stampa del CeDAC/ Sardegna:

Anna Brotzu – cell. 328.6923069 – cedac.uffstampa@gmail.com

INFO & PREZZI

SANTA TERESA GALLURA

Biglietti:

intero €15 – ridotto €12

info: cell. 339.6785869

cooperativalabeddula.teatro@gmail.com

www.comunestg.it

www.cedacsardegna.it – cedac@cedacsardegna.it

SASSARI

Biglietti

platea primi posti: intero €18 – ridotto €15

platea secondi posti e galleria: intero €15 – ridotto €13

info

cell. 3391560328 – circuitoteatralesardo@gmail.com

www.cedacsardegna.it

MACOMER

Biglietti:

primi posti: intero €15 – ridotto €13

secondi posti: intero €13 – ridotto €10

studenti € 5

INFO: cell. 3478777538 – www.cedacsardegna.it

CARBONIA

Biglietti

primi posti: € 15

secondi posti: €13

terzi posti e galleria: €11

palchetti: €7

info: tel: 328 1719747 – augustotolari.51@gmail.com

www.cedacsardegna.it

LUX-T

Il bell’Antonio

di Vitaliano Brancati

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adattamento teatrale Antonia Brancati e Simona Celi

con Andrea Giordana e Giancarlo Zanetti

e con Luchino Giordana (nel ruolo di Antonio)

e con Elena Callegari, Simona Celi, Michele De’ Marchi, Natale Russo,
Alessandro Romano, Giorgia Visani

scene Carlo De Marino

luci Franco Ferrari

regia Giancarlo Sepe

Lo spettacolo

Il Bell’Antonio è il secondo romanzo italiano più letto e amato nel mondo dopo Il Gattopardo. Un lucido e meraviglioso affresco dell’Italia fatto attraverso un meccanismo concentrico che, dal sistema nazione, dalla storia di un Paese in grande difficoltà durante il periodo fascista, fotografa una microstoria in Sicilia di una famiglia e del suo Bell’Antonio. Un personaggio reso celebre dall’interpretazione di Mastroianni e dalla regia di Bolognini, chiuso in un destino contrario alla propria natura. Antonio, bellissimo e privo di qualunque talento, viene visto come una sorta di divinità. Un matrimonio non consumato porterà due famiglie di Catania al centro di una tragedia al contrario, in cui Antonio è eroe nonostante se stesso e il motivo della tragedia in se non esiste se non in una incomprensibile difficoltà di Antonio ad amare.

In questa riduzione curata dalla figlia di Brancati, Antonia e da Simona Celi si è voluto fortemente riportare in palcoscenico la scrittura brancatiana senza fare operazioni di interpretazione. Un progetto importante che riporta in teatro una grande coppia Andrea Giordana e Giancarlo Zanetti, due meravigliosi attori, che per anni hanno messo in scena insieme grandissimi allestimenti. Luchino Giordana, figlio di Andrea, affiancherà il padre interpretando il ruolo di Antonio, trasponendo il proprio ruolo dalla realtà al palcoscenico.

Durata un’ora e 40 minuti – più (eventuale) intervallo

L’autore

Nei suoi racconti e romanzi migliori – come “Don Giovanni in Sicilia” (1941), “Il vecchio con gli stivali” (1945), “Il bell’Antonio” (1949), e “Paolo il caldo” (post. 1955) – Vitaliano Brancati (Pachino 1907 – Torino 1954), mostra un interesse dolente e pungente per la società e il costume contemporanei. Un atteggiamento fra moralistico e umoristico e un gusto deformatore, per desiderio di evasioni e di felicità impossibili, della realtà quotidiana, borghese, danno vita a una rappresentazione gesticolata, spettacolare, corale, che tiene insieme dell’antico mimo e dell’opera buffa, e che concilia, con molta finezza d’arte, la lezione di Pirandello (e della narrativa “meridionale”) con quella di Gogol´.

Brancati scrisse anche alcuni lavori teatrali (editi nella raccolta “Teatro” , post., 1957), dei quali ha avuto particolare successo, sulle scene, “La governante”; saggi di costume, fra ironici e polemici (“I piaceri”, 1943; “I fascisti invecchiano”, 1946; “Ritorno alla censura”, 1952, ecc.), e pagine di diario caustiche e insieme delicate (raccolte, a cura di S. De Feo e A. Cibotto, in “Diario romano”, 1961)