Il Gabbiano

di Anthon Cechov

traduzione Fausto Malcovati

Teatro Stabile di Bolzano

scene Gisbert Jaekel
costumi Roberto Banci
ambientazione sonora Franco Maurina
luci Lorenzo Carlucci
foto di scena Tommaso Le Pera

con
Patrizia Milani, Carlo Simoni, Maurizio Donadoni

 
e con
Gianna Coletti, Gaia Insenga, Fabrizio Martorelli, Massimo Nicolini, Iolanda Piazza, Maurizio Ranieri, Libero Sansavini, Riccardo Zini

regia
Marco Bernardi

 

Perché tra i quattro capolavori teatrali di Cechov Il gabbiano è il più rappresentato in ogni epoca e in ogni luogo?

Probabilmente le ragioni sono molte e non si possono racchiudere in un’analisi esclusivamente razionale.

Certo i grandi temi che stanno alla base di questo testo così fortunato sono estremamente importanti: il conflitto generazionale nella doppia dimensione genitori/figli e artisti affermati/giovani artisti debuttanti; i ragionamenti sull’arte e in particolare sulla scrittura e sul teatro; l’amore, tonnellate di amore in tutte le sue forme e varianti possibili, vissuto, negato, nascosto; lo scontro tra forme artistiche diverse come realismo e simbolismo; il teatro nel teatro; il suicidio.

Ma non è sufficiente l’elencazione degli argomenti per capire in modo approfondito il fascino del Gabbiano.

C’è qualcosa di più, di magico, di malato, nel modo in cui Cechov racconta questa storia e dipinge con straordinaria precisione i personaggi che la vivono, c’è il suo stile, ci sono le sue atmosfere, c’è la capacità di ridere attraverso il pianto e piangere attraverso il riso, come nella vita, che fa di questo autore il più grande interprete moderno dei linguaggi del teatro e, allo stesso tempo, uno dei più acuti (e pietosi) conoscitori dell’essere umano, delle sue debolezze ma anche delle sue potenzialità affettive e positivamente etiche. Il male e il bene, per così dire…

Il mio modo di mettere in scena i testi, ormai si sa, vorrebbe essere un tentativo di fenomenologia del teatro, vale a dire provare a tradurre in scrittura scenica il testo nella sua completezza, in una sorta di utopia ricostruttiva di tutti i punti di vista dell’autore. Un’illusione esaustiva che, almeno nelle intenzioni, ci riporti concretamente al cospetto di Anton Cechov, vicino a lui, al calore della sua voce, al significato delle sue parole, all’intelligenza dei suoi pensieri.

Come in una seduta spiritica.

E così, mi piacerebbe che questo Gabbiano riuscisse veramente rotondo, vero, come Cechov l’ha scritto. Intenso e misterioso. Come la vita.

Marco Bernardi