Il giorno della civetta

di Leonardo Sciascia

 

con

Sebastiano Somma

 

e con

Gaetano Aronica, Morgana Forcella, Roberto Negri,

Alessio Caruso, Paolo Gattini, Maurizio Nicolosi, Luca Marianelli

 

con la partecipazione di

Orso Maria Guerrini

 

adattamento teatrale Gaetano Aronica

scene Antonia Petrocelli e Gilda Cerullo

costumi Antonia Petrocelli

foto Tullio Zoffoli

 

regia Fabrizio Catalano

LAROS di Gino Caudai

 

Il giorno del la civetta – intenzioni di regia

Un paese di poche migliaia di abitanti, nell’entroterra siciliano. Un freddo mattino d’inverno. La luce d’un pallido sole riflessa sull’asfalto bagnato. Una piazza. Un autobus – il motore già acceso – che s’appresta a partire. Gli ultimi passeggeri s’affrettano a salire, mentre gli altri aspettano fiduciosi la partenza dell’autobus, dietro i finestrini appannati. Un uomo, vestito di scuro, s’avvicina, di corsa. Posa il piede sinistro sul predellino dell’autobus, sta per rivolgersi all’autista. All’improvviso, un bagliore, seguito da un rumore sordo: l’uomo rimane quasi sospeso, per qualche istante, prima di afflosciarsi sull’asfalto. Morto. Il giorno della civetta racconta la storia dell’inchiesta condotta, a partire da questo omicidio, da un capitano dei carabinieri appena arrivato in Sicilia, dalla lontana Parma, all’inizio degli anni ’60. Il capitano Bellodi è un uomo onesto ed intelligente, pronto ad affrontare qualunque difficoltà, pur di far bene il proprio dovere. Davanti a lui, c’è adesso un cammino lungo, faticoso, irto di ostacoli. In fondo a questo percorso, c’è la verità; ma la verità, spesso, in Sicilia, ha troppe facce. La Sicilia di questo spettacolo è poco convenzionale. L’azione si svolge principalmente in una piccola caserma dei carabinieri, in una cittadina dell’entroterra. Umido, freddo, freddissimo, durante l’inverno. Negli anni ’60, la sera, le famiglie si riuniscono attorno al braciere, in cerca d’un po’ di calore, prima d’andare a letto, dove, avvolti in lenzuola e coperte bagnaticce, uomini, donne, bambini, si addormenteranno ascoltando l’ululato dei cani randagi, per essere infine svegliati dallo stridio delle ruote d’un carretto, sulle strade lastricate di porfido.

Un’isola silenziosa, dura, che a Bellodi sembra incomprensibile, a tratti ostile. È la Sicilia dei grandi spazi, dove gli uomini e le menti si perdono. Paesaggi immoti, rischiarati da una luce senz’aria, incorniciati dentro una finestra priva d’infissi od un muro scrostato. Atmosfere che fanno della Sicilia un luogo metafisico, un avamposto in cui l’Europa, l’Africa e l’Oriente s’incontrano, ma il cui orizzonte è perennemente vuoto. Nella riduzione teatrale de “Il giorno della civetta” che intendiamo mettere in scena, l’azione si svolge in una Sicilia trasfigurata, territorio dell’anima prima ancora che elemento geografico.

“Il più grande peccato della Sicilia è stato ed è sempre quello di non credere nelle idee. Ora, siccome questa sfiducia nelle idee, anzi, questa mancanza di idee, si proietta su tutto il mondo, la Sicilia ne è diventata la metafora”. Ne Il giorno della civetta, Salvatore Colasberna, unico impresario onesto della provincia, viene minacciato, ricattato ed infine ucciso, perché non ha voluto piegarsi ai voleri della mafia, perché s’è rifiutato d’uniformarsi ai comportamenti dei suoi rivali, perché costruiva le case con il cemento piuttosto che con sabbia e sterco. Chi comanda non può permettere che non si rispettino le regole, anche se queste nascono dal sopruso e dall’ingiustizia. Oggi, guardandoci intorno, leggendo i giornali, viaggiando, possiamo, in tutta sincerità, dire che soltanto in Sicilia i soprusi e le ingiustizie vengono imposti con la violenza? Ed in Italia, in Europa, nel mondo, non vige forse la legge del più forte? Chi tocca gli interessi dei potenti, che quasi mai coincidono con quelli del comune cittadino, muore. Chi ha il potere, ne abusa. In pochi protestano, in pochi si oppongono. Per queste ragioni, in questo spettacolo, dovremo curarci di rifuggire ogni rassicurante stereotipo: è comodo avere dei cattivi con un accento pronunciato, con la voce roca ed un sigaro cubano tra i denti, ma i mafiosi che ne Il giorno della civetta violentano la giustizia non potrebbero essere faccendieri, rappresentanti del clero, industriali, ministri e perfino presidenti dei giorni nostri?

Superfluo precisare che Bellodi, alla fine, perderà la sua battaglia. Dopo essere arrivato ad arrestare tutti i veri colpevoli, su, fino al vertice della piramide mafiosa, fino a don Mariano, anello di congiunzione con il principale partito di governo, il capitano sarà premiato con una licenza ed una promozione, e trasferito; e così anche il maresciallo, d’origine siciliana, che lo aveva coraggiosamente seguito nell’inchiesta; mentre i mafiosi verranno scagionati dalla testimonianza di persone insospettabili, mentre la responsabilità morale del delitto cadrà su Rosa, moglie dell’uomo che aveva riconosciuto l’assassino e poi misteriosamente scomparso, colpevole soltanto d’essere bella, ma ingiustamente accusata d’avere una relazione con Colasberna. Anche Rosa andrà via, come Bellodi, come il maresciallo. Chi sta dalla parte della giustizia, deve ritirarsi. Ancora una volta. Ma non sarà sempre così.

Fabrizio Catalano