“Il guardiano” di Harold Pinter chiude la stagione 2012-13 del CeDAC tra Sassari, Tempio e Carbonia

CeDAC
XXXIII Circuito Teatrale Regionale Sardo

M’ILLUMINO di PROSA
stagione 2012-13

Teatro Out Off
Il guardiano
di Harold Pinter
con Gigio Alberti, Mario Sala e Alessandro Tedeschi

giovedì 2 e venerdì 3 maggio ore 21 – Sassari/ Nuovo Teatro Comunale (PRIMA REGIONALE)
sabato 4 maggio 2013 ore 21 – Tempio Pausania/ Teatro del Carmine
domenica 5 maggio 2013 ore 21 – Carbonia/ Teatro Centrale

Inquietudini metropolitane e feroci antagonismi in uno spietato gioco a tre ne “Il guardiano” di Harold Pinter: un classico del Novecento, nell’allestimento del Teatro Out Off di Milano (Premio della critica 2011) con Gigio Alberti, Mario Sala e Alessandro Tedeschi, per la regia di Lorenzo Loris, chiude in bellezza il cartellone di “M’Illumino di Prosa”/ la stagione 2012-13 del CeDAC nell’ambito del XXXIII Circuito Teatrale Regionale Sardo.
La pièce ambientata in una stanza – in cui si svolge una feroce “lotta per la posizione” tra due fratelli, Aston e Mick, che coinvolge anche Davies, il barbone assunto come guardiano – debutterà (in prima regionale) giovedì 2 e venerdì 3 maggio alle 21 al Nuovo Teatro Comunale di Sassari, per proseguire la tournée sabato 4 maggio alle 21 al Teatro del Carmine di Tempio Pausania e infine domenica 5 maggio sempre alle 21 al Teatro Centrale di Carbonia.

COMUNICATO del 30.04.2013
Ritratto di famiglia in una stanza, spazio claustrofobico in cui si affastellano oggetti e materiali disparati (mobili, attrezzi, cataste di vecchi giornali e una statua di Buddha), resti e frammenti di esistenze precedenti, “Il guardiano” (The Caretaker) di Harold Pinter porta in scena uno spaccato della realtà, insinuando nell’apparente normalità elementi stranianti, sul filo di una tensione sotterranea che rimanda a possibili, pericolosi segreti e sembra sempre suggerire un mistero e un movente oltre le parole e le azioni. Specchio della quotidianità, l’antagonismo tra i due fratelli Aston e Mick si traduce in una guerra per il territorio, o per il possesso, che è lotta per il potere, quasi ciascuno potesse determinare e definire se stesso solo in base all’altro, in uno stillicidio di dispetti e piccole crudeltà. L’arrivo di uno sconosciuto – Davies, il barbone assunto da Aston come “guardiano” – muta l’equilibrio già fragile di una convivenza difficile, se non impossibile, e lo scontro si trasforma in un gioco a tre dall’esito (im)prevedibile.
Fotografia di una società in evoluzione, tra giovani ribelli e spiriti critici a fronte della tradizione conservatrice, “Il guardiano” racconta le contraddizioni e le differenze di classe, l’incertezza e l’emarginazione con la caustica ironia e il senso del grottesco che caratterizzano la scrittura di Pinter, come il linguaggio scarno e una metrica fatta di pause e silenzi, significativi forse più delle parole. Viaggio nei labirinti della mente, la pièce che consacrò al successo il drammaturgo inglese, considerata un classico del Novecento, affronta anche temi e nodi delicati e complessi, come la riforma psichiatrica e la follia, ma sempre all’interno del meccanismo perfetto di una spirale di violenza (compressa) e aggressività che risponde a modelli e archetipi umani, anche troppo umani.
“Il guardiano” di Pinter, nella mise en scène del Teatro Out Off di Milano, sotto l’egida del progetto NEXT 2009/Regione Lombardia (Premio della critica 2011), che vede protagonisti Gigio Alberti, Mario Sala e Alessandro Tedeschi per la regia di Lorenzo Loris, debutterà giovedì 2 e venerdì 3 maggio alle 21 al Nuovo Teatro Comunale di Sassari per “M’Illumino di Prosa”/ la stagione 2012-13 del CeDAC, per proseguire la tournée sotto le insegne del CeDAC nell’ambito del XXXIII Circuito Teatrale Regionale Sardo sabato 4 maggio alle 21 al Teatro del Carmine di Tempio Pausania e infine domenica 5 maggio sempre alle 21 al Teatro Centrale di Carbonia.
Un senso di incertezza e paura domina sulla scena, dove tre uomini alla deriva – nel chiuso di una stanza – combattono una strenua battaglia per la sopravvivenza: la regia di Lorenzo Loris trasporta la vicenda dalla Londra degli Anni Cinquanta alle nebbie di Milano, cogliendone la dimensione trasgressiva e insieme universale. Aston e Mick, i due fratelli che si contendono il locale trasformato in una sorta di magazzino della memoria, e così il loro (in)desiderato “ospite” con funzioni di custode, sono ciascuno a suo modo dei disadattati, prigionieri di quel rifugio che dovrebbe proteggerli dalle angherie del mondo. Lì si consuma una guerra infinita, nutrita di reciproca ostilità, pregiudizi, ansie e timori per il futuro in cui il barbone, l’“invisibile” raccattato da uno dei fratelli per un miscuglio di astuzia e pietà, diventa una pedina in una strategia di imboscate e tranelli, attacchi frontali e violenza psicologica.
Tre disperati, tre esistenze ai margini di una società brutale, convergono nella stanza: la trama si svela a poco a poco, per stralci di verità che affiorano dai dialoghi surreali, tra interrogativi sospesi e pensieri non detti, antiche ferite dell’anima e imprevedibili capovolgimenti della situazione, con effetti (tragi)comici di un dramma pieno di suspense, di cui si intuisce solo che potrebbe finir male, se non peggio. I protagonisti, in fuga dalla crudele e darwiniana lotta quotidiana, replicano tra le quattro mura gli identici meccanismi di sopraffazione e rifiuto della diversità: l’asilo offerto a Davies, è tutto tranne che disinteressato; la gentilezza e l’attenzione maniacale di Aston nascondono trascorsi poco chiari, e diventa sempre più difficile distinguere il confine tra il bene e il male.
Pregiudizi e sospetti alimentano il clima di tensione, in un crescendo che culmina nell’ultimo, grottesco, coup de théâtre. L’incertezza e le inquietudini di una civiltà in declino descritte ne “Il guardiano” di Pinter trovano dolorosi riscontri nel presente, tra la crisi del capitalismo e dei valori dell’Occidente, che mettono a nudo piccoli egoismi e paradossali e (in)evitabili crudeltà; e il teatro dimostra una volta di più la capacità dell’arte di cogliere i segnali e anticipare i mutamenti di una realtà in divenire.
INFO & CONTATTI
SASSARI/ Nuovo Teatro Comunale
Biglietti: primi posti: intero €18 – ridotto €15; secondi posti: intero €15 – ridotto €13; Loggione: €7
Info: circuitoteatralesardo@gmail.com – 339.1560328

TEMPIO PAUSANIA/ Teatro del Carmine
Biglietti: Platea intero e galleria centrale €16; Platea ridotto* e galleria laterale €14; Loggione €6
*riduzioni: Acli, Cral Aziendali, Endas, under 25, over 65
Info: tel. 079 671580 – 079 630377 – 328.1503742 – infogiovani.tempio@tiscali.it

CARBONIA/ Teatro Centrale
Biglietti: Primo settore intero €16 – ridotto €14; Secondo settore intero €14 – ridotto €13;
Terzo settore intero €13 – ridotto €11; palchetti €5
Info: tel: 328.1719747 – www.cedacsardegna.it

per l’Ufficio Stampa del CeDAC/ Sardegna:
Anna Brotzu – cell. 328.6923069 – cedac.uffstampa@gmail.com

 

 

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Teatro Out Off
progetto NEXT 2009 – Regione Lombardia
Il guardiano
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra

con Gigio Alberti, Mario Sala e Alessandro Tedeschi

scene Daniela Gardinazzi
costumi Nicoletta Ceccolini
progetto visivo Dimitris Statiris
luci Luca Siola
fonica e video Fabio Cinicola

regia Lorenzo Loris

Premio della critica 2011 conferito dall’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.

 

La trama
La didascalia iniziale annuncia che la pièce si svolge, come in altri testi di Pinter, in una “stanza”. Ora però è affastellata di reperti e residui di tante esistenze: un letto di ferro, vasi, barattoli di vernice, una scala, un lavandino, un secchio di carbone, una falciatrice, un caminetto, una statuetta di Buddha, due valigie, un tappeto arrotolato, una fiamma ossidrica, mucchi di giornali e un vecchio aspirapolvere. Fra tanta rigatteria, dal soffitto pende a sigillo un secchio. In questo curioso ambiente assistiamo all’arrivo di un giovanotto, Aston, e di un barbone, Davies, incontrato dal giovane nel pub dove il clochard aveva trovato un lavoro, e dal quale è stato cacciato senza neanche poter riprendere la borsa con i propri effetti. In questo luogo sinistro che non suggerisce altro che un mondo senza più ordine e armonia, Davies viene assunto da Aston come guardiano. Per questo, ma non solo per questo, l’ambiente si presenta inquietante e minaccioso.
La mite disponibilità dell’uno si specchia nella sottomissione dell’altro. Eppure entrambi possono contraddirsi nel proprio ruolo. Aston è in balìa di una maniacale pratica del fai da tè. Nella litania degli affronti e delle persecuzioni subite, Davies non riesce a celare il violento rancore verso chi lo ha maltrattato, o il fiero razzismo contro i “negri” dell’appartamento e del negozio a fianco. Finché, rimasto solo nella stanza, Davies non viene sorpreso da Mick (fratello di Aston), che gli grida: «A che gioco giochiamo?». Da questo punto in poi, il gioco a tre avrà regole brutali, e non conoscerà limiti di campo.
Tanto violento sarà il gioco fra i tre, da spostare l’asse delle alleanze perfino all’interno del rapporto familiare. Davies infatti si offrirà di collaborare con Mick, contro il fratello Aston.
Ma nonostante la rivalità e la competizione rendano i mondi dei due fratelli specularmene opposti essi saranno pronti a confluire in una chiusura verso il resto del mondo rappresentato dal diverso Davies.
Allora, Aston e Mick, riusciranno a raggiungere un accordo il cui equilibrio improvviso pare dettato più da un’inconscia omertà che dalla ragione o dall’ interesse. Tanto è vero che a scacciare Davies dalla stanza in eterna attesa di riordino, non sarà l’estroverso e arrogante Mick, ma il fratello che sembrava più sensibile.
Aston dirà a Davies, che si ingegna in tutti i modi di restare, che non lo vuole più.

(durata: un’ora e 45 minuti)
L’autore
Premio Nobel per la Letteratura nel 2005, Harold Pinter (Londra, 1930 – 2008) è stato uno dei più importanti drammaturghi del XX secolo, nonché attore e regista teatrale, sceneggiatore, scrittore e poeta. Ha scritto per la scena ma anche per la radio, la televisione e il cinema.
In realtà, come ricorda la curatrice e traduttrice dei suoi testi Alessandra Serra, «le prime rappresentazioni delle opere di Harold Pinter furono massacrate dai critici. Ad eccezione di Harold Hobson, scrissero tutti che era un autore eccentrico, inaccettabile, incomprensibile, che non aveva nulla da dire. Oggi forse è l’autore più rappresentato al mondo ma, come dice egli stesso, “Adesso sono diventato comprensibile, accettabile, eppure le mie commedie sono sempre le stesse di allora. Non ho cambiato una sola battuta!”».
Nato a Hackney, Londra, Harold Pinter compie i suoi studi alla Hackney Downs Grammar School e frequenta, per breve tempo, la Royal Academy of Dramatic Art (RADA); in gioventù pubblica le prime poesie e inizia a recitare in teatro con il nome d’arte di David Baron. La sua prima commedia, “The Room”, viene rappresentata per la prima volta dagli studenti dell’università di Bristol nel 1957. “The Birthday Party” (1958) si rivela inizialmente un fiasco, nonostante la recensione positiva sul Sunday Times a firma di Harold Hobson ma il successo de “The Caretaker” (1960), fa riscoprire anche la precedente pièce. Questi drammi hanno in comune con “The Homecoming” (1964), una crescente tensione, nell’affiorare tra le parole e i gesti di un’apparente normalità i segnali inquietanti di un possibile mistero (donde addirettura un aggettivo, pinteresque). Negli anni ’70 l’artista debutta nella regia (dapprima come regista associato) al Royal National Theatre e nei suoi testi emergono sempre più spunti politici, con feroci allegorie dell’oppressione, e l’impegno dell’autore trova un riflesso anche nei suoi commenti e lettere ai giornali (The Guardian e The Independent).
In viaggio in Turchia con Arthur Miller nel 1985, Pinter denuncia pubblicamente episodi di tortura e viene allontanato dall’ambasciata americana, e da quell’esperienza e dalla discriminazione del popolo curdo trarrà il celebre “Mountain Language”. Si schiera apertamente contro l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, al punto di annunciare che smetterà di scrivere commedie per dedicarsi alla politica; celebri le sue dure critiche a Bush (definito un “assassino di massa”) e Blair.
Insignito del CBE nel 1966 e proclamato Companion of Honour nel 2002, dopo aver precedentemente rifiutato la carica di cavaliere, Pinter è un sostenitore della coalizione RESPECT; Premio Nobel nel 2005 (nella motivazione si legge che “nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”) riceve nel 2006 il Premio Europa per il Teatro.
Il regista
Lorenzo Loris, regista storico della compagnia Out Off, dopo essersi diplomato alla “Scuola del Piccolo teatro” e aver frequentato un periodo di apprendistato con maestri quali Carlo Cecchi e Luca Ronconi, ha realizzato un originale percorso attraverso la drammaturgia contemporanea e del Novecento:: da Boris Vian a Tennessee Williams, a Joe Orton e Lars Noren, da Thomas Bernhard a Bertolt Brecht per arrivare ai contemporanei, tra i quali, Peter Asmussen, scrittore danese e sceneggiatore di Lars Von Trier, Edward Bond (Premio Ubu 2005), Roberto Traverso (Premio Teatro di Roma – Per un nuovo Teatro italiano del 2000); Raffaello Baldini, uno tra i massimi poeti italiani del ‘900, Massimo Bavastro, autore, di Naufragi di Don Chisciotte, (Premio Nazionale della Critica 2002), Rodrigo Garcia, Jean-Luc Lagarce, l’autore contemporaneo più rappresentato in Francia; Sabina Negri, autrice di “Mia figlia vuole portare il velo”. Negli ultimi anni Lorenzo Loris ha sviluppato un confronto sempre più serrato con i massimi esponenti del ‘900 (Jean Genet, Samuel Beckett, Arthur Miller, Harold Pinter, Giovanni Testori). Questo confronto lo ha portato anche ad affrontare i grandi autori del passato (Maurice Maeterlinck, Marivaux, Carlo Goldoni, Henrik Ibsen) avendo sempre come obiettivo quello di mettere in sintonia, le parole dell’autore con la nostra contemporaneità.
I PROTAGONISTI
Gigio Alberti fa parte del nucleo storico del giovane teatro milanese che, alla fine degli anni ’80, si fa conoscere con le commedie generazionali dirette da Gabriele Salvatores (Comedians, Eldorado, Cafè Procope). In seguito partecipa a diversi film dello stesso regista (Marrakesh Express, Mediterraneo, Sud, Quo vadis, baby?). Sempre nel cinema ha partecipato ai film: Ferie d’agosto (P. Virzì), Tutti gli uomini del deficiente (Gialappa’s Band), L’ora di religione (M. Bellocchio), I promessi sposi (F. Archibugi). In teatro ha lavorato con Paolo Rossi (La commedia da due lire), con Edoardo Erba e Maria Amelia Monti e Giampiero Solari (Vizio di famiglia e L’uomo della mia vita), Antonio Catania e Enzo Monteleone (Gli insospettabili), Michele Placido (Aria di famiglia).
Con Lorenzo Loris e l’Out Off ha una lunga collaborazione sfociata negli spettacoli: Il ceffo sulle scale di Joe Orton (1994); Naufragi di Don Chisciotte di Massimo Bavastro (2002), Zitti tutti! di Raffaello Baldini (2002), Note di Cucina di Rodrigo Garcia (2003), Terra di nessuno di Harold Pinter (2007); Aspettando Godot di Samuel Beckett (2009); Ultimi rimorsi prima dell’oblio di Jean-Luc Lagarce (2009); Il guardiano di Harold Pinter (2010).

Mario Sala Gallini, come attore in teatro ha lavorato con Carlo Cecchi (Nozze); Giampiero Solari (Le intellettuali, Saved, Alla Città di Roma, Bastardi, Vizio di famiglia); Dario D’Ambrosi (Nemico mio); Toni Bertorelli (Venditori, Il colonnello con le ali), interprete di numerosi testi di Edoardo Erba (La notte di Picasso, Curva cieca, Vizio di famiglia, L’uomo della mia vita, Venditori); con Andrè Ruth Shammah (La locandiera – 2003; Le cose sottili dell’aria di Massimo Sgorbani – 2008; Ondine di Jean Giraudoux – 2008). Dall’assidua collaborazione con Lorenzo Loris e l’Out Off sono nati gli spettacoli Tempo d’arrivo di Lorenzo Loris (1986), I costruttori d’imperi di Boris Vian (1992), Il ceffo sulle scale di Joe Orton (1994); La dolce ala della giovinezza di Tennessee Williams (1998), Naufragi di Don Chisciotte di Massimo Bavastro (2002), Note di cucina di Rodrigo Garcia (2003), Bingo di Edward Bond  (2004) (Premio UBU 2005 come migliore novità straniera). Una specie di storia d’amore di Arthur Miller (2006); Terra di nessuno di Harold Pinter (2007); Spettri di HenriK Ibsen (2008); Aspettando Godot di Samuel Beckett (2009); Il Guardiano di Harold Pinter (2010); L’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda (2011).  Nel cinema ha lavorato con Gianluca Fumagalli, L’ultima sigaretta – cortometraggio 2004; e La cura del Gorilla di Carlo A. Sigon con Claudio Bisio (2006). E’ autore di libri per l’infanzia per l’editore Mondadori.

Alessandro Tedeschi nasce a Genova nel 1980. Dopo una breve formazione al Centro Teatro Attivo di Milano, frequenta la Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine diplomandosi nel 2006. Durante la sua formazione studia con Jurij Alschitz, Maurizio Schmidt, Arturo Cirillo, Marco Sgrosso, François Kahn, Pierre Byland, Renato Gatto, Claudio De Maglio, Roberto Canziani, Luca Zampar, Paola Bigatto. Nel 2007 recita in “Medea” di C. Wolf diretto da Maurizio Schmidt. A partire dallo stesso anno lavora stabilmente con il regista Lorenzo Loris del teatro Out Off di Milano con il quale recita testi di Marivaux, Goldoni, Pinter e Beckett. Dal 2008 collabora con la compagnia “Carrozzeria Orfeo” come attore e regista. Nel 2009 vince il premio “Giovani realtà del teatro” con il progetto “Buk” tratto da “Panino al prosciutto” di Charles Bukowski. Premio Gino Cervi, Bologna 2011.
Teatro Out Off – Stabile di innovazione
L’Out Off, fondato a Milano nel 1976 e ancora oggi diretto da Mino Bertoldo, rappresenta una realtà produttiva che si occupa di teatro contemporaneo in continua relazione con quanto avviene di nuovo sulle scene, nella drammaturgia, nella danza, nella musica, nelle arti visive. E’ stato tra i primi luoghi in Italia a praticare il cross over tra le arti dando spazio ad artisti provenienti da altre espressioni artistiche senza mai perdere il riferimento al teatro di parola e alla nuova drammaturgia italiana e straniera. Per la sua attività trentennale nel teatro di ricerca nel 2007 l’Out Off ha ricevuto dal Comune di Milano l’Attestato di Civica Benemerenza (Ambrogino). Il nuovo Out Off dal 2004 è in via Mac Mahon, una sala da 200 posti moderna e accogliente frutto non solo di una ricerca estetica e funzionale, ma anche in considerazione di una precisa concezione artistica dello spazio teatrale. Regista di riferimento dell’attività produttiva da 25 anni è Lorenzo Loris, uno tra i registi più apprezzati della sua generazione.

IL GUARDIANO di Harold Pinter
Il Guardiano – commedia della “gente comune”
Scritto nel 1959 e andato in scena nel 1960, II guardiano segna il primo vero successo che Pinter riscuote con il suo teatro. Il motivo lo spiega lapidariamente un titolo sull’«Observer» di quegli anni: “A play about people”. Lo scrittore sembra parlare della gente, creature vere, nate nella tumultuosa Londra di quegli anni, quelle che lui porta in scena.
Questo mutato atteggiamento diventa meglio comprensibile se si osserva quanto avveniva nella società inglese ma se si considera soprattutto che la scrittura di Pinter in quel momento è ancora accomunata, presso critica e pubblico, alla denuncia sociale e all’impegno tutto arrabbiato dei suoi colleghi drammaturghi londinesi, e nello stesso tempo alle forme «dell’assurdo» di altri autori europei. Sta per aprirsi proprio allora, in quel passaggio di decennio, lo scenario inedito, e che scuoterà l’immaginario del mondo intero, della swinging London. Il centro della città, dove cova l’esplosione di Mary Quant, dei Beatles e dei Rolling Stones, è già popolato di una sterminata quantità di sbandati in cerca di un proprio decoro e di un proprio codice nel labirinto di rovine, spesso maleodoranti, che erano le case di interi quartieri londinesi.
Una gioventù sbrindellata e drammaticamente disorientata si aggirava in questo contesto e i personaggi del Guardiano poterono davvero far credere di sbucare dall’angolo della strada. Lo scenario dove si dispiegano gli elementi della drammaturgia pinteriana è insomma già disegnato nella realtà storica di quella Londra. Anche se la sostanza della sua drammaturgia non è destinata a esaurirsi caducamente nelle forme di costume e di consumo, come invece sarebbe successo a molti altri commediografi attivi in quel decennio.
Pinter parla di qualcosa di oscuro che travalica la quotidianità, qualcosa che ci riguarda profondamente e che è strettamente legato alla natura dell’uomo.
I suoi personaggi finiscono per essere degli archetipi e divengono universali perché parlano al cuore degli uomini. Questo dice Pinter riferendosi a loro: «Penso che non si tratti di un’incapacità a comunicare ma, anzi, di un deliberato voler evadere la comunicazione. Parlarsi mette paura alle persone che allora preferiscono divagare: chiacchieriamo continuamente di altre cose, piuttosto che affrontare ciò che c’è alla base del nostro rapporto».
Per verificare questa capacità di risposta da parte di Pinter ai nodi profondi della società inglese, basterebbe del resto guardare a certi suoi testi scritti in quegli anni, sketch o mini-commedie che già contengono una penetrante carica indagatrice nelle geometrie di personaggi, situazioni e relazioni perverse. Per fare un esempio pertinente al caso del Guardiano ( l’elettroshock che si scopre essere stato esperienza fondamentale di uno dei fratelli) costituisce anche l’esilarante e atroce test di assunzione in The Applicant (Il candidato) scritto proprio nel ’59, e riguarda uno dei personaggi dei Nani ma ha anche sicuramente a che fare con un lavoro che Pinter aveva già messo sulla carta in quegli anni, The Hothouse (La serra), ambientato in una clinica per pazienti disturbati.
Sono d’altra parte gli anni in cui l’antipsichiatria inglese avanza, si organizza e comincia a diventare pratica nelle istituzioni pubbliche, grazie a nomi come Laing, Cooper, Shatzmann. Anzi, è proprio in quello stesso 1960 che Ronald Laing pubblica per la prima volta il suo Io diviso. Coincidenze e sintomi sono significativi. E sempre Pinter racconta: «Dopo aver scritto Il guardiano, ho fatto un sogno terribile a proposito dei due fratelli. In questo incubo, la mia casa era stata incendiata e io cercavo di individuare il colpevole. Attraversavo ogni sorta di vicoli e di locali, fino ad arrivare in un certo posto, dentro una stanza, e lì trovavo i due fratelli della commedia.
Li accusavo di aver dato fuoco alla mia casa, ma loro mi rispondevano di non preoccuparmi. Io gridavo che era proprio tutto quello che possedevo, e che non si rendevano conto di cosa avevano fatto. Ma loro continuavano a dirmi che era tutto a posto, che mi avrebbero risarcito e si sarebbero presi ero io a dare a loro un assegno di cinquanta sterline. Proprio un assegno, di cinquanta sterline».

Elementi e indizi che torneranno utili anche in seguito, per scoprire come la clamorosa svolta politica degli anni Ottanta del premio Nobel non nasca dal nulla, ma da sensibilità e contraddizioni già forti, anche se non del tutto esplicitate, nei suoi primi lavori.
Ma quel che è certo è che il terzetto che disperatamente si applica a un gioco di ruolo nel Guardiano è destinato a rimanere e resistere: le sue figure – Davies, Aston, Mick -sono assolute, i loro fini essenziali, la posta che mettono in gioco definitiva, anche se in superficie sembrano somigliare tanto alla gente di quel periodo storico.
“Una stanza”: la lotta per la posizione
Il mondo è un luogo piuttosto violento secondo Pinter, quindi la violenza psicologica nei suoi testi è spontanea. Sembra un fatto essenziale e inevitabile. In realtà la violenza è solo un aspetto del problema del predominio e della schiavitù, che sono i temi ricorrenti nei testi del grande drammaturgo. Tutto è cominciato con Il calapranzi, che è un testo relativamente più semplice e da un racconto, The Examination che trattava esplicitamente di due persone che, in una stanza, si scontravano su un tema la cui natura non era specificata, ma dove la questione vera era su chi predominasse e fino a che punto, su come conquistare la posizione di dominio e con quali strumenti.
Ciò lo portò a scrivere che più che di violenza si trattasse piuttosto di lotta per una posizione, che è una cosa molto diffusa nella vita di tutti i giorni”.
E’ in questo paesaggio, che i tre personaggi de’ Il guardiano avviano una serie di scontri, secondo mutevoli schieramenti, ma di costante, altissima intensità. Una lotta dura, una guerra dove le posizioni vengono di continuo scambiate, una schermaglia che sposta ogni momento il terreno del contendere. Visto che non è certo la proprietà a essere messa in palio o quanto meno a rischio. Quello che tutti e tre cercano e inutilmente rincorrono è una radice, un fondamento, una qualche ragione del proprio agire, mentre in mano non hanno nemmeno uno straccio di risposta plausibile. O almeno un luogo, un’indicazione topografica, professionale, o anagrafica, cui attaccarsi per ripartire.
Il guardiano e il presente
Dal punto di vista del pubblico, II guardiano è naturalmente molto più facile e coinvolgente rispetto alle precedenti commedie di Pinter: la dinamica interpersonale è più definita e plausibile, la situazione ha caratteristiche sociologiche ben riconoscibili.
Questa importante commedia è una metafora limpida e efficacissima di ciò che investe ognuno di noi oggi. Il rapporto che si stabilisce fra i fratelli Aston e Mick che costituiscono un micro-universo e il diverso Davies che viene a destabilizzare il loro senso di appartenenza a quel luogo e lotta disperatamente per essere accettato, rappresenta in sintesi il problema da cui dipende il nostro futuro.
Quella stanza è ovviamente qualcosa di molto più grande e i due fratelli raffigurano una comunità che viene minacciata da tanti Davies, tanti “diversi”
Quel luogo è il nostro mondo ma anche la parte più intima di noi stessi: la nostra coscienza che istintivamente rifiuta una condivisione.
Per queste ragioni nella messinscena del testo, in quello spazio dovranno rispecchiarsi le nostre paure più nascoste.
La recitazione dovrà restituire l’abilità drammaturgica di Pinter nell’intrecciare non solo condizioni e vite ma soprattutto lingue assolutamente diverse: l’acre rivalsa periferica di Davies, la profondità psichicamente succube di Aston e la farneticante aggressività progettuale di Mick.
Oggi Il guardiano è divenuto un archetipo cristallino di conflittualità pinteriana, delimitata in un ring ma resa folle perché non è possibile rintracciare neanche l’oggetto della contesa. I tre personaggi sono tutti egualmente chiusi e determinati, e
tutti illusi di comunicare e affermarsi sugli altri. In un vorticoso brivido che sembra esplicare e suggerire l’infinita gamma di possibilità di questa commedia come un luogo di esercizio di un «teatro etologico», una sorta di messa in scena delle numerose possibili varianti sull’aggressività e sui comportamenti reciproci: quasi un catalogo teatrale di gesti e comportamenti delle teorie elaborate e divulgate in quegli stessi anni da Konrad Lorenz.

Pinter sosteneva che alcuni scrittori avessero avuto un peso determinante sulla sua opera ma che più di tutti fosse stata la vita a farlo diventare quello che era.” Ero ragazzo durante la seconda guerra mondiale. Sento ancora nelle orecchie il rumore delle bombe e degli aerei. Ciò ha avuto una profonda influenza nella mia vita, Vivere a Londra sotto quelle bombe, apprendere dell’Olocausto subito dopo la guerra, hanno avuto un’influenza fortissima sulla mia intelligenza e sulla mia consapevolezza.”
Anche quando assomiglia a un rebus la sua scrittura non perde mai di vista la realtà e la politica. Le sue commedie, anche quelle più misteriose (e ai primi posti sta sicuramente Il guardiano), indagano il senso politico del quotidiano, la forza del linguaggio che il più delle volte è uno strumento di coercizione.
Pinter ci sprona a dare un calcio all’ignoranza ed evitare la paura, ci esorta a costruire dei punti di riferimento e a non accettare che qualcuno dei nostri simili venga tagliato fuori e viva nel vuoto.
Uno dei problemi centrali del nostro tempo è trovare il senso di un’appartenenza.
Come è illuminante allora questa pièce nel restituirci la necessità di costruire nelle società del nostro tempo, un senso di comunità, di condivisione fra le persone in modo da favorire una sintesi viva di vita politica e vita privata dove la coscienza politica non è una cosa teorica o astratta ma diventa parte della vita, parte integrante del tessuto sociale.
PREMIO DELLA CRITICA 2011 – Motivazione: Da “Terra di nessuno” fino a quest’ultimo ” Il guardiano” Lorenzo Loris, regista storico del milanese Teatro Out Off, é ormai diventato uno specialista di messinscene pinteriane. In quest’ultimo lavoro, parabola sugli inconciliabili conflitti fra due fratelli “reclusi” in una stanza, metafora di una società alla deriva, luogo di incomprensioni e rifiuti, la regia di Loris colpisce per asciuttezza di segno, per sobrietà di stile e per una inedita ambientazione lombarda che occhieggia al fondo della scena; una plumbea, nebbiosa atmosfera della periferia milanese che sembra innervare anche l’interpretazione dei tre protagonisti- gli splendidi Mario Sala, Gigio Alberti e Alessandro Tedeschi, risolvendo altresì in maniera originale la rarefatta, spettrale, inquietante trama pinteriana.
Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, Firenze 17 ottobre 2011

 

La stampa

Come la maggioranza dei cultori di Pinter anche il regista Lorenzo Loris considera la stanza in cui si svolge l’azione, la metafora di un mondo che sembra stare tutto dentro questo luogo, ma che anela sempre a ciò che sta fuori e che fa paura.
Maria Grazia Gregori

L’intelligente messinscena di Lorenzo Loris si propone di affrontare alla radice una questione cruciale del teatro pinteriano, ovvero come dare consistenza alle atmosfere rarefatte che ne caratterizzano le trame.
Renato Palazzi

Lorenzo Loris, che delle messinscene di Pinter è uno specialista, ci dà del testo una grande edizione che ha la particolarità inedita di trasferire l’ambientazione dalla periferia londinese alle nebbie di Milano, rendendoci questa vicenda di abusi in termini attuali in una bellissima edizione destinata a diventare storica grazie alla superba interpretazione di Gigio Alberti, Mario Sala, Alessandro Tedeschi.
Franco Quadri