La leggenda di Redenta Tiria

di Salvatore Niffoi

Compagnia Teatri Possibili

progetto e regia di Corrado d’Elia
adattamento musicale di Marco Piras

con
Corrado d’Elia

e con
Marco Piras

Corrado d’Elia attore, regista e direttore del Circuito Teatri Possibili scopre Salvatore Niffoi, tra i più grandi scrittori del nostro tempo. Scopre, si innamora e adotta subito il suo scrivere, la sua poetica, la forza radicata nei suoi componimenti, il suo raccontare di una terra e della sua gente, le storie, le passioni di una Sardegna profondamente magica, cruda e autentica come i suoi meravigliosi contrasti, i suoi limiti e le sue sconfinate possibilità, le profondità turchine del mare, le aspre colline arse dal sole e dal vento impietoso.

La Sardegna. Ecco il connubio.

Un isola densa di storia, tradizioni e credenze, dove tutto è tanto terreno quanto mistico; una terra i cui i profumi si fondono pungenti e deliziosi allo stesso tempo, alla vita, alla morte, al destino.

Terra, acqua, sangue, vino e carne visioni estreme e poetiche.

Da quest’incontro d’amore e dalle suggestioni evocate prende forma il desiderio e la necessità di Corrado d’Elia di portare in teatro “La Leggenda di Redenta Tiria” e di raccontare questa storia e la Sardegna tutta.

Conosce Salvatore Niffoi con il quale stabilisce una profonda intesa artistica e spirituale. Per raccontare questa storia sceglie le sonorità e le intense emozioni che una grande artista sarda con le sue canzoni riusciva a trasmettere, Marisa Sannita, scomparsa nel Aprile del 2008, e il musicista che ha curato per Marisa tutti gli arrangiamenti dei dischi sardi, Marco Piras.

Il progetto vuole essere un omaggio alla Sardegna attraverso i suoi autori più rappresentativi e raffinati, passando tra versi, profumi musicali, contaminazioni, dramma e colori solari. Un viaggio che si butta a capofitto nella narrazione di una storia universale raccontata dalla parola e dalla musica.

Il progetto è diretto da Corrado d’Elia per la trasposizione letteraria, la drammaturgia teatrale e la regia dello spettacolo e da Marco Piras per il coordinamento e gli adattamenti musicali e la direzione di un quintetto composto da chitarra e pianoforte, violoncello, contrabbasso, fisarmonica, e cantante.

 

LA STORIA

Abacrasta non si trova in nessuna enciclopedia o carta geografica. Abacrasta è un paese (immaginario, ma verosimile) situato nella terra avara e rocciosa nel cuore della Barbagia. Abacrasta è meglio noto tra i paesi del circondario come «il paese delle cinghie»: molti fra coloro che vi abitano ad un certo punto della loro esistenza sentono il richiamo della Voce, e corrono ad impiccarsi. Legano al collo la cinghia e dicono addio alla vita: «nelle tanche di Abacrasta non c’è albero che non sia diventato una croce». È una Voce beffarda e autoritaria, dice solo «Ajò! Preparati, che il tuo tempo è scaduto», e porta via con sé uomini e donne, destini diversi che seguono il suo richiamo incantatorio. Finché un giorno non arriva Redenta Tiria, «una femmina cieca, con i capelli lucidi come ali di corvo e i piedi scalzi», ed i suicidi cessano. «Sono la figlia del sole e sono venuta per portare la luce nel paese delle ombre», dice a Michele Isoppe appena chiamato dalla Voce. E poi a Serafina Vuddi Vuddi, puttana redenta ma osteggiata dai compaesani, a Zirolamu Listinchinu, primo “istudiato” della sua famiglia e medico dei matti, infine al narratore stesso, Battista Graminzone, pensionato, una volta ufficiale dello Stato civile, animato dal sogno di scrivere un libro sugli abitanti di Abacrasta chiamati dalla Voce, sui suoi compaesani, «una genia di gente inquieta, con le radici attaccate al passato e la testa buttata in avanti ad annusare il futuro».

Si tratta di una lingua “ibridata”, che si fonda sulla commistione di italiano e “limba”. Ma il risultato non è uno sterile esercizio di stile, con intarsi di parole e modi di dire sardi nel tessuto connettivo della lingua di Dante. Non è un “taglia e incolla” faticato e artificiale, ma un flusso che si dispiega con naturalezza, con un accento forte e riconoscibile. È un registro linguistico che persuade e avvince, capace di esprimere le tensioni di una terra ma anche di parlare ad un pubblico vasto, si sarebbe tentati di dire universale. Segue una musica che sa di terra e di semplicità, di quella semplicità che è degli umili e dei dimenticati, ma il cui suono cerca di penetrare nel profondo mistero della vita e della morte. È una voce autentica. Le storie narrate richiamano quel timbro, quell’accento, ed è proprio l’accento a dare incisività e spessore alla narrazione. I personaggi e le loro storie, senza quella prosa che è loro naturale, sarebbero semplicemente false, o forse solo meno vere. Si diceva del mistero: perché è difficile non scorgere un senso quasi religioso nella figura di Redenta Tiria. Redenta, redenzione: ma non in senso ultramondano, giacché insegna che l’unico riscatto possibile è nella vita stessa, nella «vita ritrovata», nella speranza, nel «tagliare la lingua alla Voce». È una “religione” della vita, quella che emerge in filigrana di questa favola cruda e bellissima.