La scuola delle mogli

di Molière

versione italiana e adattamento di Valter Malosti

con

Valter Malosti

 

e con

Mariano Pirrello, Valentina Virando, Giulia Cotugno,

Marco Imparato, Fausto Caroli, Gianluca Gambino

 

suono Gup Alcaro

costumi Federica Genovesi

scene Carmelo Giammello

luci Francesco Dell’Elba

foto di scena Tommaso Le Pera

scelte musicali Valter Malosti

musiche e voci di

Carlo Boccadoro, William Byrd, Guillaume Dufay, Murcof, Fantomas, Luc Ferrari, Ambros Field, Giorgio Gaber, Dan Gibson, Vincenzo La Scola, John Lennon/ Paul McCartney, David Lynch, Mc Solaar, Kijoshi Mizutani, Ennio Morricone, John Morris, Bruno Nicolai, Edith Piaf, John Potter, Giacomo Puccini, Alan Splet, Toru Takemitsu, Giuseppe Verdi, Chris Watson

 

regia Valter Malosti

 

Teatro di Dioniso – Fondazione del Teatro Stabile di Torino

La scuola delle mogli ruota attorno a un’idea fissa: le corna. È il tema che attraversa tutta l’opera di Molière fino alla crudeltà derisoria del Georges Dandin. È una coazione comica alla catastrofe ma anche un’ossessione che diventa fobia vitale e cuore della commedia. È un testo che ha ricevuto un’attenzione distratta in Italia, perché la tragedia, annidata nella struttura di geniale farsa, complica maledettamente i piani di chi deve ricrearlo.

Un altro tema che mi pare fondamentale è il rapporto malato di vittima-carnefice che suona sordo, come un inquietante basso continuo, in sottofondo a tutta la composizione degli scoppiettanti dialoghi tra Agnès e Arnolphe, che si aprono a squarci inaspettati di cruda verità. Colgo nella pièce un carattere visionario: il delirio in cui sprofonda Arnolphe al termine della commedia si trasforma in una vera e propria anatomia della rovina; rovina di cui è egli stesso l’artefice, come l’Alceste del Misantropo. Stabilito il fatto che La scuola delle mogli non è una semplice farsa sostengo che la farsa naturalmente debba conservarsi. Se non si fa ridere con questo testo si fallisce, e penso alla grande lezione delle farse alte e allucinate di Leo de Berardinis e del suo alter ego: il Leòn deBerardin di Scaramouche». Immagino uno spazio circolare, una sorta di isola che, riaffiorata, ha portato alla luce le rovine di un palazzo o di una piazza, dominata da un grande ceppo e dalle sue radici inaridite. Sullo sfondo si staglia un grande armadio rosso, scatola magica, casa e prigione. Attraverso un processo di ri-creazione del testo, seguendo anzitutto un intuito musicale e guidato nella traduzione da un gesto linguistico che deve poi farsi teatro, ho costruito una partitura che passando per il melodramma verdiano arriva alla canzone, all’hip hop, e ho trovato una misura espressiva in versi liberi, giocando con la lingua attraverso rime, assonanze e ritorni di suono, ma con una grande economia di sillabe; a volte screziandola con un francese maccheronico, eco della lingua artificiale dei comici italiani che dominavano i palcoscenici parigini del ‘600.

L’utopia è ritrovare, almeno in piccola parte, la folgorante musica di Molière, che nell’originale francese deflagra e scintilla per mezzo del verso alessandrino e delle rime, vibrando con una corda quasi premozartiana, e trovare uno spazio nell’immaginario delle persone che condivideranno con noi questo viaggio, oggi.

Valter Malosti