Mandragola

di Niccolò Machiavelli

ideazione dello spazio, adattamento e regia Ugo Chiti

 

con

Giuliana Colzi, Andrea Costagli,

Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci

e Lorenzo Carmagnini, Giulia Rupi, Paolo Ciotti

 

costumi Giuliana Colzi

luci Marco Messeri

foto Lorenzo Bojola

musiche Vanni Cassori e Jonathan Chiti

 

Arca Azzurra Teatro

 

Ci sono appuntamenti che si possono rimandare a lungo, che si può per anni far finta di non dover onorare, ma arriva prima o poi il momento che quell’incontro diventa irrinunciabile e ti si presenta con l’urgenza che merita, come una necessità, un passo irrimandabile.

Questa è “Mandragola” di Niccolò Machiavelli per l’Arca Azzurra, un incontro che si sapeva di non poter eludere eppure sempre rimandato, sempre spostato più in là nel tempo, finché appena doppiata la boa dei venticinque anni di attività, dopo aver in qualche modo sfiorato il grande classico cinquecentesco, con la messinscena dell’altro grande testo del segretario fiorentino, quella “Clizia” che scrisse proprio a due passi da casa nostra, durante il suo esilio a Sant’Andrea in Percussina, e che abbiamo portato sulle scene nel 1999, eccoci finalmente dinanzi a quella che da più parti viene definita la “commedia perfetta”, vero e proprio prototipo di tutta la letteratura teatrale italiana cinque e seicentesca.

La beffa che porta Callimaco nel letto della bella Lucrezia, approfittando della dabbenaggine dell’anziano marito di lei messer Nicia, con l’aiuto del mezzano Ligurio, e del cinismo di fra’ Timoteo, era da moltissimi anni nei piani della compagnia e del suo dramaturg Ugo Chiti, in quella che dall’inizio del loro sodalizio è una delle caratteristiche portanti della scelta delle opere da inserire in repertorio.

Accanto ai piccoli e grandi affreschi tracciati dalla drammaturgie originali di Chiti lungo questi 25 anni che hanno ritratto con forza alcuni dei momenti più importanti della storia popolare del nostro paese e dell’immaginario della sua gente partendo dal piccolo microcosmo in cui lui e la compagnia operano, si sono sempre alternate storie tratte dalla grande letteratura toscana di tutte le epoche, dal Decamerone alla citata Clizia, dalle storie di inizio secolo ispirate ai racconti di Lucignani a “La cena delle beffe” di Sem Benelli.

Nell’affrontare “Mandragola” Chiti ha scelto però un approccio diverso rispetto a tutti i suoi precedenti adattamenti, quasi sempre caratterizzati da una totale riscrittura del lavoro da rappresentare, che pur mantenendone personaggi, caratteri, situazioni si muoveva con grande libertà all’interno dei testi originali, in favore del linguaggio forte colorito e fortemente caratterizzato da espressioni dialettali, che da sempre contraddistingue la drammaturgia di Ugo Chiti.

Questa volta, in presenza della “macchina dramaturgicamente perfetta” di cui si diceva, Chiti si muove con l’occhio sempre puntato sul testo originale operando una precisa distinzione all’interno della commedia di Machiavelli tra le scene che descrivono direttamente l’azione della “beffa” ai danni dell’ingenuo Nicia, che l’adattamento lascia praticamente intatte salvo piccoli tagli e aggiustamenti, e quelle nelle quali si gioca la descrizione dei caratteri dei personaggi che sono riscritti con la libertà dei testi precedenti. Inoltre è opportuno sottolineare come Chiti, al pari del resto di quasi tutte le edizioni “moderne” della commedia, toglie le canzoni presenti prima del prologo e alla fine di ognuno dei cinque atti e affida il prologo stesso e la conclusione delle scene che segnano la fine dei vari atti, alle considerazioni di un personaggio di sua totale invenzione, una Ninfa che commenta l’azione e ne trae premesse e conclusioni.