“Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller: dal 22 al 26 aprile al Teatro massimo di Cagliari un classico del Novecento nella versione del Teatro dell’Elfo

CeDAC
GIU’ LA MASCHERA!
La Grande Prosa al Teatro Massimo
CAGLIARI/ stagione 2014-15

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Teatro dell’Elfo

Morte di un Commesso Viaggiatore

di Arthur Miller

CAGLIARI/ Teatro Massimo – 22>26 aprile 2015

mercoledì 22 aprile – ore 20.30 – turno A

giovedì 23 aprile – ore 16.30 – turno P

giovedì 23 aprile – ore 20.30 – turno B

venerdì 24 aprile – ore 20.30 – turno C

sabato 25 aprile – ore 20.30 – turno D

domenica 26 aprile – ore 19.00 – turno E

OLTRE LA SCENA/ gli attori raccontano: venerdì 24 aprile alle 17.30 al Cinema Odissea di Cagliari, il regista Elio De Capitani e la compagnia del Teatro dell’Elfo incontrano il pubblico – coordina il giornalista e critico de Il Manifesto Gianfranco Capitta – ingresso libero

SCHERMI e SIPARI/ La Grande Prosa al Cinema Odissea: domenica 26 aprile alle 11 al Cinema Odissea di Cagliari si proietta il film “Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff, con Dustin Hoffman nel ruolo del protagonista (e un giovanissimo John Malkovich)

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Dramma moderno – tra i capolavori del teatro del Novecento – “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, nella mise en scène suggestiva e onirica del Teatro dell’Elfo, suggellerà la stagione 2014-15 de La Grande Prosa al Teatro Massimo firmata CeDAC: il sipario sulla privata tragedia di Willy Loman, specchio del fallimento del grande sogno americano, si aprirà mercoledì 22 aprile alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari. La pièce costruita intorno alla figura emblematica di un venditore, vittima del mito del successo e ormai incapace di accettare la realtà, al punto da reinventarla e travestirla con pietose bugie cui egli è il primo, e forse l’unico, a credere, sarà in cartellone nel capoluogo fino a domenica 26 aprile (tutti i giorni da mercoledì a sabato alle 20.30 – Turni A, B, C, D; la domenica alle 19 – Turno E; e giovedì anche la recita pomeridiana alle 16.30 per il Turno P).

La crudeltà della vita, il meccanismo fatale che segna la vittoria del più forte e travolge inesorabilmente i deboli, lasciandoli ai margini della società, induce Loman a rifugiarsi tra i ricordi e le fantasticherie, nella sua mente si intrecciano passato e presente, le sue conquiste professionali e le glorie sportive del figlio – che ha però rinunciato agli studi, sconvolto dalla scoperta dell’infedeltà del padre – finché il riaffiorare di una lucida consapevolezza lo spinge verso un’estrema catarsi. Nel cast – accanto a Elio De Capitani (sua anche la regia) nel ruolo del protagonista – Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Andrea Germani, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo; scene e costumi sono di Carlo Sala; il disegno luci di Michele Ceglia, il suono di Giuseppe Marzoli.

Focus sulla famiglia – fulcro degli affetti, punto di riferimento, ma anche luogo delle speranze e delle disillusioni: Willy proietta sui figli la sua ansia di riscatto, il suo bisogno di primeggiare nel perenne, e ingenuo antagonismo verso il vicino di casa, e il mondo intero; la moglie, comprensiva, cerca di difenderlo, in primis da se stesso, e dispiega il suo istinto materno sui figli, e soprattutto sul marito; infine i figli, ribelli ma non troppo, sembrano destinati a scontare le colpe paterne.

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Oltre la Scena/ gli attori raccontano: l’attore e regista Elio De Capitani e la compagnia del Teatro dell’Elfo incontreranno il pubblico venerdì 24 aprile alle 17.30 al Cinema Odissea di Cagliari – coordinerà il giornalista e critico de Il Manifesto Gianfranco Capitta (ingresso libero)

SCHERMI E SIPARI/ La Grande Prosa al Cinema Odissea: domenica 26 aprile alle 11 al Cinema Odissea di Cagliari si proietta il film “Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff, con Dustin Hoffman nel ruolo del protagonista (e un giovanissimo John Malkovich)

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COMUNICATO del 19.04.2015

Ritratto amaro e profetico della civiltà americana a metà Novecento, “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, in cartellone da mercoledì 22 aprile alle 20.30 fino a domenica 26 aprile al Teatro Massimo di Cagliari (tutti i giorni da mercoledì a sabato alle 20.30 – Turni A, B, C, D; la domenica alle 19 – Turno E; e giovedì anche la recita pomeridiana alle 16.30 per il Turno P) per la stagione di prosa del CeDAC, all’insegna di un emblematico “Giù la Maschera!”, mette a nudo paure e insicurezze, fragilità e dubbi celati dietro l’ambiguo mito del successo.

Cala il sipario su “La Grande Prosa al Teatro Massimo” 2014-15 con la fortunata pièce (vincitrice del Premio Pulitzer per il teatro nel 1949 e, nello stesso anno, del Tony Award e del New York Drama Critics’ Circle Award per il miglior dramma) che racconta, in bilico fra realtà e invenzione, fra memoria e sogno, la vita complicata di un venditore, propugnatore del verbo consumistico fin nelle più remote plaghe del continente, e della sua famiglia, in un’ingannevole parvenza di felicità.

La mise en scène del Teatro dell’Elfo (con la splendida traduzione di Masolino D’Amico) per la regia di Elio De Capitani, anche protagonista sulla scena nel ruolo dell’ineffabile Willy Loman, commesso viaggiatore in declino, e sull’orlo della disperazione, marito fedifrago e padre distante, incapace di accettare e tanto meno ammettere la verità – rivela tutta l’attualità di un testo in cui il dilemma tra essere e apparire si trasforma nell’arte di “vendersi” al meglio, al miglior offerente.

Nel cast, accanto a una convincente Cristina Crippa che presta volto e voce alla moglie (fin troppo) comprensiva e materna, di Willy, Angelo Di Genio e Marco Bonadei (Biff e Happy, i due figli, vera, e perduta speranza di riscatto); e Federico Vanni (Charlie, il vicino-rivale), Andrea Germani, Gabriele Calindri (Ben, il fratello di Willy, che ha fatto fortuna lontano), e ancora Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo. Sullo sfondo della scenografia “espressionista” di Carlo Sala (che firma anche i costumi, mentre il disegno luci è di Michele Ceglia e il suono è curato da Giuseppe Marzoli) rivive la tragedia privata di un uomo comune, vittima del miraggio e delle ingannevoli promesse del “sogno americano”, che nella terra delle opportunità rende(rebbe) possibile un’elevazione della propria condizione sociale attraverso il duro lavoro il coraggio e la determinazione, senza i limiti importi dalle tradizionali divisioni di classe – e dai pregiudizi di casta – del vecchio continente.

Il potere di plasmare il proprio destino non cancella però, anzi paradossalmente enfatizza le differenze, e quella libertà di farsi artefici del proprio futuro non prescinde dal caso e dalla sorte e spesso neppure dall’ambiente: in quella selezione darwiniana, la lotta per la sopravvivenza si fa dura e solo i più forti, perfino meglio dei più bravi, e in compagnia dei più fortunati, riescono a non farsi trascinare via dalla corrente. La decisione e la costanza sono fondamentali, ma non sufficienti: le contingenze, nella fattispecie la crisi economica, l’avanzare dell’età e il farsi avanti di venditori più agguerriti, mietono le loro vittime. Quella posizione conquistata con sacrifici e rinunce dal bravo venditore e dalla sua famiglia, rappresentata dal mutuo della casa, e dai mobili e dagli elettrodomestici acquistati a rate, ambiti status-symbol della middle-class, si rivela quanto mai precaria: sulla soglia dei sessant’anni, dopo un’esistenza trascorsa tra piacevoli illusioni, Willy Loman è costretto a fare i conti con i propri limiti, a misurare il proprio fallimento.

Tra millanterie e piccole e grandi bugie, il “commesso viaggiatore” ha consolidato ai propri stessi occhi l’immagine di sé come uomo di successo, grande venditore e ammaliatore di clienti, fin nel cuore della più profonda provincia, ma nella patria del business la bravura, e perfino il valore, si misurano dai profitti; se quelli inesorabilmente, per quel signore di mezza età dal fascino un po’ appannato, per effetto della qualità scarsa della merce o di semplice saturazione del mercato, o di una difficile situazione generale, si riducono o vengono a mancare, è la fine.

La caduta è vertiginosa e, in quella civiltà senza welfare e senza tutele per gli ultimi, del tutto “senza rete” (nell’America di ieri, e sempre più nell’Italia di oggi, la vita ha il fascino crudele del circo, dove per acrobati e trapezisti un semplice errore può essere fatale): Willy Loman è costretto a lavorare – senza poter ricorrere a valido sistema di previdenza sociale – fino all’ultimo respiro, accettando condizioni sempre più difficili e per lui umilianti, quasi insostenibili. La verità su quel fallimento annunciato, la fase discendente di una parabola esistenziale che ha conosciuto, accanto ai momenti bui, attimi di luminoso splendore, non può essere rivelata: il castello di carte edificato sull’apparenza, sui successi, i traguardi raggiunti sul lavoro, e rafforzato dai lusinghieri risultati sportivi dei figli come emblema di una presunta superiorità (quasi sul modello di eccellenza del καλὸς καὶ ἀγαθός, il “bello e buono” dell’antica Grecia) crollerebbe miseramente, senza lasciare traccia, trasformando questo moderno antieroe nella parodia di se stesso.

Quel sogno avvelenato di un benessere – sostanzialmente economico – e di un successo facilmente raggiungibile grazie all’impegno e alle qualità personali, cui Loman ha dedicato la sua esistenza, va in mille pezzi quando le ferree regole del mercato gli si ritorcono contro, e i vincenti di ieri diventano i perdenti di oggi e di domani. Il protagonista si aggrappa a quell’iconografia ormai sbiadita di businessman, attraverso la quale ha cercato di rappresentare un modello da seguire per i suoi figli, e di offrire loro un esempio di realizzazione personale in un mondo che confonde etica ed estetica, dove l’astuzia vale più dell’onestà, e il risultato giustifica i mezzi, e perfino l’inganno. Quella proiezione di sé, quel riflesso illusorio sullo schermo della fantasia, è ciò che più somiglia a quel avrebbe voluto essere: il bravo marito e il buon padre di famiglia.

La realtà è ben diversa, egli in cuor suo lo sa bene, anche se si rifiuta di ammetterlo e preferisce davanti all’evidenza un’ennesima via di fuga, una forma di sacrificio e forse di riscatto dalla “colpa” del fallimento: al crollo delle illusioni, e la caduta delle maschere, corrisponde un vuoto che Loman non sa o non vuole riempire; per lui è ormai troppo tardi. La storia della sua vita è – alla luce della ragione, e di quella solitudine in cui si è come imprigionato, con i suoi inconfessabili segreti – una summa di insuccessi: la sicurezza economica e l’ascesa sociale son rimaste un miraggio; la fulgida carriera di Biff, sull’onda delle vittorie sportive, si è interrotta quando il ragazzo ha rinunciato agli studi dopo la scoperta del tradimento del padre; l’altro figlio, Happy, si accontenta di facili guadagni, mezzucci e effimeri piaceri. Il contrasto con Charlie, l’amico-nemico, si fa più acerbo e doloroso: il di lui figlio, il disprezzato “secchione”, è ora un avvocato di successo e i tentativi del vicino di casa che gli offre un lavoro e si rassegna a “prestargli” i soldi per tenere in piedi la sua finzione, accentuano il senso di umiliazione e sconfitta del commesso viaggiatore. La mite rassegnazione della moglie, il vero fulcro della famiglia, la sua generosità e la comprensione quasi “materna” per i suoi sotterfugi ed errori non bastano a cancellare l’amarezza, anzi passano quasi inosservati, sottotraccia, in una visione sostanzialmente “maschilista”.

Imperdibile e imprescindibile classico del Novecento, la “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller – nella felice edizione del Teatro dell’Elfo, valsa a Elio de Capitani il duplice riconoscimento del Premio Hystrio 2014 all’interpretazione e del Premio Internazionale Ennio Flaiano 2014 per la regia – nel fotografare la fine del “sogno americano” racconta la società contemporanea, con l’emergere di un nuovo proletariato intellettuale, di categorie di lavoratori non tutelati, di giovani senza futuro.

Il capitalismo e il liberalismo sfrenato, le “leggi del mercato” che da indici matematici e fenomeni in gran parte (im)prevedibili si trasformano in misteriosi diktat politici, mentre i privilegi di una ristretta élite formano uno stridente contrasto contro l’avanzare della povertà, sono la manifestazione più eclatante del declino di una civiltà, con il venir meno dei principi di equità e uguaglianza e l’affermarsi del potere del più forte, in una nuova, inquietante oligarchia.

Dopo la celebre edizione di Elia Kazan con la straordinaria interpretazione di Lee J. Cobb, le versioni italiane della “Morte di un commesso viaggiatore” hanno visto protagonisti eccellenti, da Paolo Stoppa a Tino Buazzelli, Enrico Maria Salerno e Umberto Orsini. Un ruolo arduo, ma intrigante, quello di Willy Loman, al limite fra la tragedia e la farsa, la vita e il sogno, un personaggio ricco di sfaccettature e contraddizioni, un “eroe” in negativo, un “perdente” della vita, un’incarnazione di dolorosa, profonda umanità.

La prima versione cinematografica della pièce di Miller è datata 1951, per la regia di László Benedek (cinque nominations agli Oscar; quattro Golden Globe – per la regia, miglior attore drammatico a Fredric March, miglior attore esordiente a Kevin McCarthy, per la fotografia a Franz Planer; due nominations al BAFTA 1953; la Coppa Volpi a Venezia nel 1952 a Fredric March come migliore attore); nel 1985 Volker Schlöndorff ha girato il film tv con Dustin Hoffman nel ruolo del Willy Loman (Golden Globe e Emmy Award come miglior attore protagonista) e un giovanissimo John Malkovich ( Emmy Award come miglior attore non protagonista).

INCONTRO CON GLI ARTISTI: Per la rassegna Oltre la Scena/ gli attori raccontano l’attore e regista Elio De Capitani e la compagnia del Teatro dell’Elfo incontreranno il pubblico venerdì 24 aprile alle 17.30 al Cinema Odissea di viale Trieste 84 a Cagliari – coordinerà il giornalista e critico de Il Manifesto Gianfranco Capitta (ingresso libero)

FRA TEATRO E CINEMA: Per il ciclo di visioni “Schermi e Sipari/ La Grande Prosa al Cinema Odissea” domenica 26 aprile alle 11 al Cinema Odissea di Cagliari si proietterà il film “Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff, con Dustin Hoffman nel ruolo del protagonista (con Kate Reid e un giovanissimo John Malkovich).

CONTATTI / per l’Ufficio Stampa del CeDAC/ Sardegna:

Anna Brotzu – cell. 328.6923069 – cedac.uffstampa@gmail.com

CeDAC

GIU’ LA MASCHERA

La Grande Prosa al Teatro Massimo

stagione 2014-15

INFO & PREZZI

biglietti serali

primo settore: intero 32 – ridotto 25

secondo settore: intero 27 – ridotto 20

loggione: intero 15 – ridotto 10

biglietti pomeridiana

intero 16 – ridotto 12

Info: Biglietteria del Teatro Massimo (ingresso in via De Magistris 12)

tel. +39 345.4894565 – biglietteria@cedacsardegna.itwww.cedacsardegna.it

I biglietti per La Grande Prosa al Teatro Massimo sono disponibili anche al BoxOffice di Cagliari – in viale Regina Margherita 43 (tel.070/657428) – http://www.boxofficesardegna.it/

e online su www.vivaticket.it

SCHEDA DELLO SPETTACOLO

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Teatro dell’Elfo

con il contributo di Fondazione Cariplo

Morte di un Commesso Viaggiatore

di Arthur Miller

traduzione di Masolino D’Amico

con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Andrea Germani, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo

luci Michele Ceglia

suono Giuseppe Marzoli

scene e costumi Carlo Sala

regia Elio De Capitani

Elio De Capitani: Premio Hystrio 2014 all’interpretazione
Premio Internazionale Ennio Flaiano 2014 per la regia

Durata: due ore e 55 minuti più 15 minuti di intervallo

Diecimila spettatori, applausi e commenti appassionati – della critica, come degli spettatori che ci hanno scritto – hanno accolto lo spettacolo firmato da Elio De Capitani nel gennaio scorso. Sono molte le coincidenze tra il momento storico attuale e i temi affrontati dal testo di Miller – il mutuo da pagare, la disperazione di chi si uccide perché non ha più i mezzi per sopravvivere o perché ha fallito nella scalata sociale – ma il successo dello spettacolo ha radici più profonde. Al centro della scena espressionista di Carlo Sala una compagnia di attori in stato di grazia dà verità e profondità ai sentimenti più universali, al cuore pulsante dell’esistenza: lo strazio di invecchiare, lo scomodo bilancio delle colpe e degli errori nelle relazioni con chi amiamo di più e, soprattutto, la tentazione della menzogna, del “far finta di essere” quello che non siamo.

“Ecco il prodigio, il prodigio di questo paese… che un ragazzo possa finire coperto di diamanti anche solo grazie alla sua popolarità, al suo sorriso!”

È il sogno ad occhi aperti di Willy Loman, il commesso viaggiatore protagonista del celebre testo di Arthur Miller: rifarsi attraverso suo figlio Biff, vederlo trionfare, avere successo, essere popolare. Willy ha illuso tutti di essere un grande venditore, ma non lo è mai stato e, nei suoi ultimi due giorni di vita, deve fare i conti con il proprio fallimento esistenziale. Nei figli ha alimentato le stesse illusioni, proiettando su di loro aspettative e delusioni. Ormai incapace di stare nella realtà, non distingue più tra presente e passato, sogni e ricordi, tra quanto si agita nella sua testa e la vita vera.

L’autore

Il drammaturgo e scrittore newyorkese Arthur Miller (1915-2005), raggiunse il successo nel 1947 con “Erano tutti miei figli” nel 1947, che vinse il premio New York Drama Critics Circle e due Tony Awards. “Morte di un commesso viaggiatore” (1949) ottenne il premio Pulitzer e tre Tony Awards, e il premio New York Drama Critics Circle. Ne “Il crogiuolo” (The Crucible, 1953) ricostruì la “caccia alle streghe” del Maccartismo, di cui era rimasto vittima per non aver voluto testimoniare contro colleghi e artisti accusati di adesione al comunismo. Tra le sue pièces, il celebre “Uno sguardo dal ponte” (A View from the Bridge, 1955) e “Dopo la caduta” (After the Fall, 1964), spietato ritratto di Maggie, una donna bambina (in cui aleggia il mito di Marilyn Monroe).

QUELLO CHE FACCIAMO FINTA DI ESSERE

«Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» ha scritto Kurt Vonnegut in Madre notte. Questa frase molto elfica – è stata lo slogan di una stagione – è rispuntata, come il messaggio nella bottiglia, nella lettera d’addio di Diana, una nostra collaboratrice che ha lasciato dopo anni di appassionato lavoro nel nostro teatro. Pensavo che il tema di Morte di un commesso viaggiatore fosse la menzogna e invece è l’apparenza, quel “far finta” che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi per come vogliamo apparire.

Scrivevo nei miei appunti: «Da un lato la menzogna pubblica di Nixon (protagonista dello spettacolo Frost/Nixon), che fa dell’intera nazione il proprio palcoscenico d’attore, dall’altro quella più intima e privata del commesso viaggiatore Willy Loman, che fa della propria famiglia – e poi della sua stessa mente – il palcoscenico della sua illusoria rappresentazione. Sto scavando da anni nella psiche dei bugiardi cronici, dal Caimano di Moretti al Roy Cohn di Angels in America, fino al povero Hector di History Boys – la più innocente di queste figure di uomini che mentono a se stessi – e ora aggiungo queste due figure imponenti».

Specchiarmi nella complessità del mentire, come riflesso in negativo del nostro connaturato istinto di conservazione, mi sembra una necessità di questi tempi, anche se è da secoli la nostra malattia nazionale. Ma ora, che siamo in una fase acuta dell’epidemia (e se non ci curiamo, non ne usciremo mai), grazie a Vonnegut e Arthur Miller intuisco che il senso ultimo del nodo culturale ed esistenziale che avviluppa il nostro paese non è l’apparenza, il far finta, ma l’intreccio tra far finta e sopravvivere, l’intreccio tra noi e il bisogno di sognare qualcosa di diverso: sognare noi, ma diversi da quello che siamo e sognare un mondo diverso da quello che è.

Sognare, far finta, simulare, immaginare: sono verbi che si declinano sia sul fronte della menzogna che su quello del progetto. Non è dunque lì il nodo? L’uomo ha bisogno di simulazione e al tempo stesso può rimanerne schiavo. Lo stesso dilemma della politica è tutto qui. E anche il paradosso del mio mestiere, l’attore: la “verità scenica”, se ci pensate, è un ossimoro paradossale. Ma come farne a meno, se quella finzione è uno strumento così prezioso d’indagine, inventato di greci come strumento massimo di autoconsapevolezza. In fondo il teatro è il punto d’incontro tra tante cose che prima mancavano all’uomo per riflettere collettivamente su se stesso. Un punto di incontro persino tra antropologia e storia, un punto di incontro innovativo, creato 25 secoli fa.

So che corro con i pensieri, ma noi artisti intuiamo i problemi e poi fatichiamo a dar loro una forma scritta: la nostra forma è quella scenica. «Il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce» è la via di Pascal praticata costantemente dai migliori dei nostri interpreti. E si cerca di scrivere per dare conto prima, o dopo a chi non c’era. Ma, se il teatro “accade”, le parole non potranno mai competere, l’arte è un miracolo di pensiero che si fa corpo in una forma sua: pensate alla musica.

Per questo, più che farci grandi dei temi che rappresentiamo, dobbiamo farci grandi del riverbero segreto tra emozioni profonde e pensiero che riusciamo a suscitare. Willy Loman scende al gradino più dolorosamente ristretto dell’orizzonte della menzogna, per sopravvivere: un privato cittadino che ha lavorato una vita sempre sull’orlo del collasso e che a sessant’anni – quanti ne ho io – non regge il mondo che cambia e allora Willy lo mette da parte, lo ignora, e se ne inventa un altro.

Accade a troppe persone nel paese reale in cui vivo, sento e vedo tanti Willy Loman nei miei viaggi in treno o in metropolitana, nei bar e nelle stazioni, nei grandi magazzini e anche sul lavoro. Sento che per molti la via d’uscita è un sogno autoreferenziale – fatto di rabbie e di speranze – e ci si perdono a giorni alterni. E in quel sogno si trova un inganno duraturo che ci porta fino ai nostri ultimi anni, dove compiamo il nostro destino senza averlo davvero intuito.

Sono straziato da Willy Loman prima ancora di dovermici calare. Eppure so che devo farlo per (far) capire quanto sia ancora in gioco della nostra umanità nella morsa di un’economia eretta a vitello d’oro da adorare, senza posto per la vita reale delle persone. Sono cosciente che questa frase è già un logoro luogo comune, mi vergogno persino di averla scritta: e solo il teatro la renderà «straziante immediatezza del sentire» e non sarà più banale.

Al Commesso viaggiatore hanno mosso critiche legittime: descrivere un topolino in gabbia senza indicare vie d’uscita è solo l’analisi di uno dei sintomi e non fa di quest’opera una critica radicale del sogno americano. Forse era questa l’illusione di Miller, uno scrittore ebreo liberal – un intellettuale molto impegnato a sinistra, diremmo qui da noi – finito persino davanti alla commissione McCarthy come sospetto comunista, a cui sarebbe piaciuto fare un testo direttamente politico.

Tuttavia, illusione o meno del suo autore impegnato, Il Commesso viaggiatore è un capolavoro, perché la sua forza: «… va oltre ogni discussione… Non è chiaro se abbia la dignità estetica della tragedia, ma nessun altro dramma americano merita di più questo termine…» (Harold Bloom)

Non essere all’altezza delle aspettative del proprio autore, a volte, può non essere malaccio, può persino essere un pregio per l’opera d’arte, che scaturisce con forza istintuale, per certi versi raffinatissima e abile, per certi versi rude e pure in parte ingovernabile intellettualmente. Questo fluire – “per certi versi” ingovernato – l’uno nell’altra di puro sogno, di realtà e di rammemorazione del passato, nel Commesso ha una tale solidità drammaturgica, una tale forza di composizione scenica, da costituire una grande sfida per gli interpreti e per la regia: restituire questa forza intatta, non edulcorarla, ammorbidirla, emendarla, non imbellettarla o imborghesirla: è proletaria, più che piccolo-borghese, la famiglia Loman – non c’è un libro in quella casa – solo campionari delle merci da vendere – ed elettrodomestici presi a rate che sia guastano prima di essere tuoi: essere proletari vuol dire questo, aver solo le braccia dei figli da offrire alla vita e null’altro che quelli. L’essere borghesi è un’ambizione per i Loman, le rate del mutuo sono le odiose tappe di un’emancipazione che non si godrà. Perché si fallisce dove si è puntato di più, nei figli, nell’averli addestrati a una guerra che non sono pronti a combattere: la guerra del fare le scarpe al prossimo, dell’arrivare primi nella vita, il sogno di svoltare una volta per tutte, con tutti i trucchi e trucchetti di chi però il “gioco grande” lo simula, ma non ci è portato davvero.

Proletariato. Vecchia parola desueta, ma vivace ancora, in questo post-tutto della nostra epoca. Il tornare proletario per Willy Loman – il sognatore di gloria (e più che altro di ricchezza, a dire il vero) – è l’incubo peggiore. E l’incubo si concretizza nei figli, che non ce la fanno a reggere il confronto non solo con le grandi aspettative del padre, ma neppure con quelle minime di una vita decente.

Per Willy i figli sono tutto, perché devono riscattare le sue sconfitte. Questo è molto importante: l’orgoglio, il desiderio di riscatto, la negazione di ogni sconfitta, dar la colpa agli altri (anche quando non ne hanno alcuna e siamo noi i facitori del nostro disastrato destino) e al mondo (che ce l’ha la colpa, ma sono colpe diverse da quasi tutte quelle che gli addebita Willy, che manca di lucidità anche in questo).

Willy. Che nella vita ce l’ha quasi fatta a sopravvivere fino a 63 anni. Willy, che non ce l’ha fatta a diventare qualcuno. Willy, che sa solo fingere di essere quello che non è, ma per fare da esempio ai figli, per far loro da modello ideale o immaginario, a cui tutti devono (fingere di) credere: un grand’uomo, pieno di conoscenze, di clienti e di amici; in realtà pieno di tanti “debiti del benessere”, piccoli magari, ma quasi inestinguibili.

Il più inestinguibile di tutti è quello con il vicino di casa Charlie, l’amico Charlie, lo zio Charlie – come lo chiamano i figli di Willy – che “presta” 50 dollari a settimana a Willy perché possa fingere di portare a casa lo stipendio: gli hanno tolto il fisso, è tornato agli albori del mestiere, come un principiante, ha solo la percentuale. (E sa che è il rito d’anticamera del licenziamento). Dunque, Charlie. Che tira fuori i soldi ogni settimana, per rendere meno amaro il calice a Willy, il quale lo imbroglia pure giocando a carte. Charlie, che puntualmente offre un lavoro a Willy che puntualmente lo rifiuta: un lavoro che è il suo, di rappresentante, ma con il fisso di 50 dollari più le commesse. Sarebbe fatta per Willy. Finire di pagare il mutuo e …

E niente. L’orgoglio. L’orgoglio di Willy, quell’aver per tutta la vita dato del cretino a Charlie, averlo preso in giro per i vestiti ridicoli, per il figlio Bernard, secchione ma forse neppure tanto impacciato come vorrebbe Willy – vedi poi le racchette da tennis, da adulto, la famiglia, i figli, la carriera d’avvocato. Ma per Willy Bernard è un’ameba, niente a che vedere con i suoi due campioni, Biff e Happy, alti e sportivi. Non si può lavorare alle dipendenze di Charlie, di uno così: «uno che non sa tenere in mano un martello non è un uomo, fa schifo!». Finire sotto Charlie?

Dopo una vita di – più o meno blaterata – indipendenza? Sarebbe uno smacco indigeribile.

E un altro smacco è appunto Bernard, che, studiando tenacemente, diventerà un avvocato di successo, al punto di andare a discutere una causa alla Corte Suprema a Washinton. È uno smacco peggiore che tutto è accaduto senza che suo padre – Charlie, il maledetto Charlie, l’unico amico rimasto Charlie – si sia mai dovuto dannar l’anima per lui. Anzi, Charlie ha lasciato che Bernard seguisse sempre la sua strada. Willy si danna, invece, addestra i suoi figli a una irreale vita di comando, da primi della fila, da duri con un grande futuro: e si ritroverà due persone davvero spaesate, due specchi opposti della stessa sua sconfitta.

Nella casa di Charlie i libri entrano eccome, Bernard studia. Ma a Willy piacciono, assai di più dei libri, le coppe e i premi, i “trionfi” sportivi di Biff: li esalta, li ingigantisce, si monta la testa, crede alle sue stesse bugie. E il figlio Biff, che fa il fattorino in una ditta di articoli sportivi, che ruba i palloni, che scappa al mare invece di lavorare, per il padre deve essere per forza il vice del boss, il suo braccio destro, e se non ora tra poco, tra pochissimo…

Elargisce consigli e li smentisce dopo un secondo con consigli opposti. Non è un bravo bugiardo, ma uno di quelli che dimenticano subito le balle che hanno detto e si fanno cogliere in castagna. Ma guai a farglielo notare, diventa una furia!

Quante ne conosciamo di persone così? Certo, poche forse di quelle che conosciamo noi arrivano al punto di alterazione della realtà a cui giunge Willy Loman, lui è un faro di luce nera verso cui tende la vita di molti uomini e di molte donne. E un po’ anche della nostra: che siamo bravi a raccontarcela, a non dirci esattamente quel che siamo, perché quel che siamo potrebbe non essere quello che vogliamo far finta di essere…

Tutta questa empatia con Willy Loman è forse per indulgenza verso noi stessi? Non basterebbe l’autoindulgenza degli spettatori a farne un testo gigantesco: forse basterebbe in una commediola. Ma come abbiamo detto, qui si va oltre la commedia, il dramma.

C’è un aspetto, secondario per noi, ma molto americano. Che oggi, con la crisi e la messa in discussione del welfare capiamo meglio. Willy non ha, né mai avrà, alcuna pensione. Mentre da noi, in Italia, nel dopoguerra, si creava un welfare anche per i contadini, i braccianti e piccoli commercianti – mandandoli in pensione anche se non avevano mai versato contributi – in America, se non avevi soldi per assicurazioni o fondi di investimento privati, la “pensione” erano solo e sempre le braccia dei figli. Anche mia madre non aveva mai pensato alla pensione, nella sua vita il “bastone della vecchiaia” ero io, come nei secoli dei secoli per gran parte del mondo. Qui sta un nodo meno romantico e più concreto del rapporto genitori/figli nel Commesso.

Biff è il figlio preferito e il più odiato al tempo stesso: se ne è andato di casa per fare il bracciante o il vaccaro. Se diciamo cowboy ci parte in testa il mito della prateria, qui si parla di una vita agra di salariato agricolo, vita dura e sottopagata, condita di galera e furtarelli, vita quasi da schiavo ma lontana dalla jungla delle odiate città, la jungla peggiore.

Ora Biff torna a casa, perché anche ad aiutare le cavalle a partorire o a traferire le mandrie ci si stanca della vita e non le si trova senso. E si piglia la paura di buttarla via, l’esistenza. Biff potrebbe essere il figliol prodigo, ma non si sacrifica nessun vitello grasso al suo arrivo, non c’è un centesimo in casa Loman da sacrificare. C’è l’astio di un padre deluso, che ha pure la coscienza sporca: quindici anni prima si è fatto beccare con l’amante in un albergo di Boston, suscitando nel figlio disgusto e delusione. Sentimenti che il padre ricambia con veleno e scontentezza, covando un rimorso sordo, ma cancellando ogni traccia di colpa cosciente, fino a invertire le polarità dei fatti e delle responsabilità: buttando su Biff la delusione che ha di se stesso.

L’equilibrio è già precario a casa.

C’è anche il fratello di Biff quella sera, Happy, il meno-amato, il meno-tutto, che la sfanga da solo in un suo appartamentino, beandosi d’una vita di finti lustrini da sedicente dongiovanni – ma di ragazze squillo – allegro percettore di bustarelle in ditta, per potersi permettere queste sue “conquiste a pagamento”.

E c’è la madre, Linda, la colonna, vittima e complice – senza peraltro alternativa, perché quell’uomo lei lo ama davvero e per quello che è – dell’autoinganno di Willy, così spaventata dal crollo di quell’uomo – che da un anno ha cominciato seriamente a pensare di farla finita – da non poter far altro che appoggiare ogni menzognera speranza, ogni fandonia, ogni alterazione deliberata dei fatti. Costretta a mostrasi allegra davanti ai sintomi della follia, compressa al punto da subire ogni furore del marito senza fiatare, capace di essere lucida e spietata – e giustamente, diremo noi – con l’inconcludenza dei suoi figli, ma mai con quella del marito.

L’amore di Linda sembra appartenere a quei legami antichi e indiscussi dei genitori di un tempo, dove l’equilibrio è tutto nel marito-moglie-io-comando-tu-ubbidisci-e-non-si-discute, certe volte assai violento ma accettato: con ammirazione o per necessità, o tutte e due le cose insieme.

Tanti di noi hanno accudito, e accompagnato alla fine dei loro giorni, anziani parenti legati tra loro da questo patto ferreo per noi incomprensibile. Sappiamo perché Biff trema e insorge a ogni colpo sul tavolo che fa tacere e tremare sua madre. Crediamo di essere un paese che si è lasciato alle spalle certe cose, ma le famiglie, molte famiglie, vivono ancora con quelle idee: la donna non è emancipata in casa come appare pubblicamente – mi è capitato anche di sentire urla dei vicini che ricordano casa Loman.

Ma Linda ha qualcosa in più, qualcosa di straziante. È forse lei – assieme un poco a Charlie – a insegnarci a rispettare quell’uomo per quel che è e non per quel che vuole apparire. Se consideriamo Linda per come la immaginava all’origine Miller, forse non capiamo come possa essere stata interpretata nella prima edizione da un’attrice snella, elegante, educata e raffinata nel parlare e dalla dizione perfetta. O qui da noi come possa averla impersonata la fragilità di Rina Morelli.

Ma Linda sfugge al suo autore come ogni grande personaggio. Linda è un pezzo del mistero della vita in Morte di commesso viaggiatore, una donna che sa cosa vuol dire nella vita tirare insieme la cinghia per arrivare lì dove si è ora. Solo chi lo vive sa che patto si crea tra due persone. Sano o malato che sia, quel patto è qualcosa di unico e di irripetibile. Linda non è uno stereotipo. È più moglie che madre, anche se ha fatto il suo dovere come madre, ma forse si sente troppo estranea al quello che reputa un tradimento dei figli, per essere maternale e indulgente con loro. La sua amorevolezza materna è tutta per il marito. E lei sa che quando il pericolo è concreto e molto grande, non ci si fa distrarre da nulla: non si fa catturare dalla tenerezza dei figli, resta sul suo punto, salvare Willy finché si può, se si può. Nel rapporto coi figli Linda mostra la sua emancipazione di donna: una emancipazione monca, ovviamente, perché parte dalla accettazione e dalla complicità con i sogni sbagliati di Willy. Ma non è una donna succube.

Perché questi scontri ci commuovono e ci straziano, perché non riusciamo a essere razionali di fronte a Willy Loman, perché riusciamo ad odiarlo molto meno di quello che si meriterebbe. «Lascia fare alla vita questa vecchia fatica» faceva dire al Mario della sua canzone Enzo Jannacci. Perché la vita sta facendo a Willy Loman quello che non vorremmo mai facesse a noi. Quella reazione di difesa, dal fallimento di una vita verso i sogni e l’illusione, ci piglia in gola perché sappiamo bene di che si tratta.

Si tratta di qualcosa che esiste in noi da sempre, come diceva Pina Bausch. «Si deve trovare un linguaggio con parole, immagini, movimenti, atmosfere che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre. È una conoscenza molto precisa, che possediamo tutti. I nostri sentimenti, quelli di tutti noi, sono molto precisi. […] Per questo non occorrono spiegazioni: tutto è direttamente visibile. Ogni spettatore lo può vedere con il proprio corpo e con il cuore».

Il semplice segreto di Morte di un commesso viaggiatore in fondo è qui.

Elio De Capitani, Monza 23 maggio 2013 -19 dicembre 2013