Salammbô

dal romanzo di

Gustave Flaubert

con

Caterina Murino

 

testo di

Patrizia Valduga

 

diretto e interpretato da Valter Malosti

 

Nella foresta lui inseguiva

il mostro donna dalla coda

guizzante sulle foglie morte

come un ruscello d’argento.

E giunse in una prateria;

lì donne con groppa di drago

stavano attorno a un grande fuoco

rizzate in punta di coda.

La luna, colore del sangue,

splendeva in un pallido cerchio,

e le loro lingue scarlatte

fesse come delle fiocine

s’allungavano curvandosi

fino all’orlo della fiamma.

(Patrizia Valduga per Salammbô)

 

IL PROGETTO

Una lettera di Flaubert pubblicata su una rivista perché quest’anno si celebrano 150 anni dalla prima edizione del romanzo di Salammbô offre l’illuminazione. Nel romanzo torna infatti prepotente il tema della guerra e l’ambientazione storica: la Notte dei poeti nasce in un sito che prima d’essere romano è stato fenicio, punico e una delle tradizioni del festival è sempre stata di creare progetti a Nora per Nora. Nella geografia del sito c’è il tempio di Tanit, luogo narrativo sul quale gravita il romanzo, scarno nelle azioni al di là delle narrazioni di guerra. Salammbô è uno dei rari personaggi inventati dalla fantasia di Flaubert, devota alla dea Tanit, la dea della Luna. La versione teatrale vede un Narratore che deve inquadrare il contesto, dare l’idea del romanzo. Salammbô è protagonista con Matho.

Con Valter Malosti, il primo a cui abbiamo proposto la cura del progetto, ci siamo resi conto che certe parti erano degli input: il romanzo è molto ricco da un punto di vista linguistico ma non a caso molti parlano di poema mancato. Così abbiamo pensato a Patrizia Valduga, poetessa, francesista, stava lavorando alla Tentazione di Sant’Antonio, un’altra pièce di Flaubert scritta nello stesso periodo e tradotta da Raboni. La Valduga è una voce atipica: riprende le forme classiche della lirica italiana, l’endecasillabo, il sonetto, oggi trascurate a favore verso libero dando loro una modernità impensata. Come Flaubert è una fuori dai giochi e questo fa pensare a delle affinità.

Il rapporto con l’Oriente e la sua evoluzione nel tempo è affascinante: mistero, folklore, paesaggi favolistici sono uno specchio per noi che siamo considerati padri della cultura ma anche l’uomo nero di cui avere paura. Ambivalenze che troviamo tutte in Salammbô e Matho, simboli delle opposizioni uomo/donna, barbaro/ civilizzato, amore/odio e tuttavia non sviluppate nel romanzo. È lì che noi andiamo a riscrivere.

La storia di Salammbô è semplice: i Cartaginesi, sconfitti dai Romani nella prima guerra punica, rientrano con migliaia di mercenari che avevano combattuto per loro. La guerra è perduta e manca il denaro per pagarli. Ne nasce una nuova guerra fra Cartagine, i suoi ex mercenari e le popolazioni locali, insofferenti del dominio punico, che si prolunga per tre anni sino alla distruzione totale dei mercenari e dei loro alleati. Il romanzo di Flaubert inserisce nelle vicende della guerra la storia inventata, dell’amore travolgente di Matho, un capo mercenario per Salammbô la vergine figlia del generale Amilcare Barca, sacerdotessa della dea Tanit, la Venere fenicia, misteriosa ed esoterica. Matho intravvede la fanciulla durante un baccanale nei giardini della casa del generale e ne rimane folgorato. Trascinato dalla passione, torna furtivamente a Cartagine s’introduce in casa di Salammbô e si impossessa del velo sacro, garanzia di divina protezione per la città. Salammbô deve recuperare lo zaimf. Dovrà prostituirsi a Matho, dovrà farsi uccidere, se necessario. La fanciulla, si reca all’accampamento di Matho, fra presagi di morte. È notte. Entra nella tenda e il guerriero terribile di fronte alla vergine sacerdotessa diventa umano. Esaltato dalla sua presenza non pensa più alla guerra, a Cartagine, ma sogna un futuro con lei, su un’isola deserta colma di fiori, di frutti, di profumi, di polvere d’oro e si addormenta sul suo grembo. Salammbô, lascia la tenda di Matho col velo di Tanit e raggiunge il padre assediato nel vicino accampamento. I cartaginesi trovano la forza di reagire. Di tre armate mercenarie solo quella del libico Matho sopravvive. Nell’ultimo scontro, quattordicimila cartaginesi si battono contro i settemila mercenari. È una mattanza e Matho è catturato “con una di quelle grandi reti usate per catturare le bestie feroci”.

Dopo anni di guerre, Cartagine è in festa: si celebrano le nozze di Salammbô con un principe numida, Narhavas, e insieme il supplizio di Matho condotto al linciaggio tra la folla inferocita:“nulla più all’infuori degli occhi rimaneva in lui d’apparenza umana”. Quegli occhi incontrano lo sguardo di Salammbô, affacciata a una terrazza, assisa sul trono d’avorio e tartaruga. Il gran sacerdote della dea Tanit, maestro spirituale di Salammbô, estrae con un pugnale il cuore dal petto di Matho, lo pone su un vassoio, alza il braccio, lo offre al sole. “Salambò sorse in piedi tenendo un boccale per bere anch’essa. E ricadde, col capo all’indietro, arrovesciata sulla spalliera del trono, livida, irrigidita, le labbra dischiuse e i capelli sciolti che pendevano a terra. Così, per aver violato il velo di Tanit, morì la figlia di Amilcare”.

Il romanzo si conclude con la morte di Matho e la morte di Salambò.