Sangue dal cielo

dal romanzo di Marcello Fois

Teatro Stabile della Sardegna

drammaturgia di Marcello Fois, Anna Zapparoli e
Guido De Monticelli

con
Maria Grazia Bodio, Lia Careddu,
Corrado Giannetti, Paolo Meloni,
Isella Orchis, Cesare Saliu, Marco Spiga,
Maria Grazia Sughi,  Luigi Tontoranelli

musiche originali di Mario Borciani
foto di scena Daniela Zedda

regia
Guido De Monticelli

«Pioveva a puàles.

Getti possenti d’acqua ostinata andavano a schiantarsi contro la crosta granitica ammuffita di cespugli grassi […] Acqua esplodeva in saette d’acciaio […] deflagrando in una raggiera vaporosa di spilli acutissimi.»

Musica pura. È l’incipit di Sangue dal cielo, il romanzo di Marcello Fois del 1997, il secondo ad avere come protagonista Bustianu, personaggio ispirato alla figura realmente esistita del popolare avvocato e poeta nuorese Sebastiano Satta, attivo alla fine dell’Ottocento. Un’orchestra acquatica intera, una “sonata di piano e fiati che passava dal moderato al presto sul tetto” tesse la partitura della vicenda che Bustianu è chiamato a risolvere: il mistero di due foschi omicidi. In realtà –  e secondo un topos nobilissimo della letteratura italiana del Novecento, quello del “falso giallo” o “falso noir”, che ha in Gadda e Buzzati i suoi antenati diretti (come non ravvisare in Bustianu un affettuoso omaggio al commissario don Ciccio Ingravallo del Pasticciaccio?) – l’avvocato-investigatore compie un viaggio dentro se stesso, alla ricerca delle radici sue personali e di una risposta alle contraddizioni della sua terra.

Come dunque rendere in teatro la partitura di suoni che imbozzola il protagonista nel suo incubo insonne? Talvolta, quando si passa dalla grammatica del romanzo a quella del palcoscenico, l’unica strada per essere fedeli è quella dell’estremo tradimento. Via dunque quasi del tutto i dettagli di trama; drasticamente ridotto il numero dei personaggi: Bustianu è solo nella sua camera da letto, nel suo letto-mondo: non è lui a uscirne in cerca della soluzione del mistero, ma sono i personaggi a visitare lui, a invadergli il letto, a ballare sul suo capo e sotto di lui il ballu tundu, il duru duru con l’irruento maligno realismo delle apparizioni di sogno; entrano ed escono portando con ombrelli e cappotti sgocciolanti la pioggia di fuori, dalla quale Bustianu, in camicia da notte dall’inizio alla fine, è escluso.

Come nelle favole, Bustianu ha sempre accanto a sé – anzi, non riesce mai a liberarsene, neanche quando vorrebbe – i suoi aiutanti, le ombre antiche dei suoi Lari e Penati: Jaju, il nonno; Bisaju, il bisnonno, che affonda le radici nel “Settecento luminoso” ed era sopravvissuto a un fulmine; e infine la figura sorridente, tacita e dolorosa di Babbu, il padre perduto quand’era bambino, che solo quando lo scioglimento dell’enigma è prossimo riuscirà a parlare al figlio. Saranno questi tre, riuniti in consesso (quasi i tre dèi dell’Anima buona di Sezuan) a consigliare e a guidare Bustianu, ultimo anello e summa della catena genealogica.

Vive, invece, e crudeli e palpitanti ciascuna a suo modo, fanno irruzione nella camera le donne: prima fra tutte, e come si conviene a uno scapolo ormai non più giovanissimo, la madre bisbetica, quasi un doppio di Bustianu medesimo; e poi le due sorelle Pattusi, Franceschina e Clorinda, bella, quest’ultima, «esattamente nella misura esatta in cui quell’altra era brutta», e destinata a gonfiare di passione il cuore d’orso-poeta di Bustianu.