di Luigi Pirandello
con Irma Caramella, Ivano Falco, Gino Auriuso, Margherita Patti , Gioele Rotini, Ottavia Orticello
regia Gino Auriuso
produzione Artenova ETS
♦ Lanusei, Teatro Tonio Dei – 8 aprile ore 21
♦ Carbonia, Teatro Centrale – 9 aprile ore 20.30
♦ Sanluri, Teatro Akinu Congia – 10 aprile ore 20.30
“ ‘A birritta cu ‘i ciancianeddi” è il titolo originale dell’opera che Luigi Pirandello scrisse nel 1916 in dialetto catanese e che poi trasformò in italiano nel 1918 con il nome de “Il berretto a sonagli” e riprende le tematiche delle due novelle La verità (1912) e Certi obblighi (1912).
Questo testo, considerato uno dei capolavori del grande drammaturgo siciliano, tratta la vicenda di una donna, Beatrice Fiorica, la quale viene a sapere che il marito la tradisce con la moglie di Ciampa, scrivano del cavalier Fiorica, e decide di farsi aiutare dal delegato Spanò per sorprendere in flagrante i due amanti. Così Beatrice Fiorica offesa decide di allontanare Ciampa mandandolo a Palermo per sbrigare certe commissioni e poco dopo far scoppiare lo scandalo; ma la soddisfazione di Beatrice ha breve durata poiché dal verbale risultano solo elementi negativi e non vi è alcuna prova di adulterio. Nonostante tutto, Ciampa, che si ipotizza fosse a conoscenza della relazione tra i due, in città viene tacciato come “becco” e dunque non gli resta altro da fare che uccidere i due amanti; ma la soluzione che egli propone è un’altra: che la signora Fiorica si faccia credere pazza e venga internata, così cerca di convincerla, giacché solo in questo modo il suo onore e quello del marito potranno essere salvi.
Note di regia
“Siete contenta ora?”
Essere contenti, ora, oggi: forse è questa la più grande difficoltà per l’Uomo, non solo quello pirandelliano. E questa frase che apre il capolavoro del drammaturgo siciliano racchiude in sé tutta l’ambiguità, la fallibilità del parlare e dell’agire umano. Esser contenti per sé o cercare d’esserlo per gli altri. È come se i personaggi del “Berretto a Sonagli” tentassero di rispondere a questa unica, apparentemente semplice domanda. Sono felici? O vogliono sembrarlo? I personaggi di Pirandello vengono sorpresi in questa loro sospensione, anime in pena in un limbo morale e personale.
Maschere? Nude? Un gioco al massacro che non prevede vincitori; una società claustrofobica di auto-reclusi; un mondo dell’apparire in cui chi più si vuol mostrare procede per “sottrazione di sé”. Un mondo in cui l’Io si annulla, la coscienza si frammenta e l’identità si disperde nella trama di tutte le parole dette e non potute (volute?) dire.
Prigione è la casa, per chi la scopre trasformata in luogo della colpa. Prigione è dove ci rinchiudiamo o veniamo rinchiusi. Ma prigione è il vincolo in senso astratto, il legarsi, l’esser legati… anche l’uno all’altro. Così tutto diventa prigione per Beatrice, Medea dei nostri tempi e
delle nostre terre, che scoprendo la colpa del marito, vede trasformarsi in prigione il legame matrimoniale e decide di rompere i ceppi del ben più vincolante giogo sociale: l’onore. In un mondo freddato dall’apparire, il calore spunta, timida goccia di sangue su un bianco corpo (morto solo apparentemente), come la punta di un paradossale iceberg di passioni cocenti. Questo gigante alla deriva è l’onore personale (opposto, qui, a quello sociale, fatto di apparenze), il riscatto dal tradimento. All’opposto troviamo un altro monolite, l’inappuntabile scrivano Campa, pietra posata su tanta ipocrisia, che paga con la stessa moneta il folle mondo dei sotterfugi. Ed è proprio in questo mondo prefabbricato, monoblocco e standardizzato, che i personaggi si muovono, come in un incubo quotidiano, in una stanza delle torture inflitte o subite col sorriso congelato. Il sangue ribolle ma il pallore sociale ha la meglio con un’invenzione geniale tipicamente pirandelliana: l’istituzionalizzazione di una salvifica pazzia.
Gino Auriuso
Il nostro percorso
Artenova prosegue il lavoro della riscoperta – in nuove chiavi – dei classici italiani del ‘900, troppo spesso legati ad immaginari ormai abusati e rimasti per lungo tempo imbrigliati negli ingranaggi dell’estetica del secolo breve. Pirandello, col suo Berretto a Sonagli, è spaventosamente vicino a noi, sia cronologicamente che dal punto di vista mediatico. Sotto la guida registica di Gino Auriuso, la Compagnia “rivede” il salotto borghese di casa Florica, aggiornandolo alle usanze dei nostri tempi. Contemporaneamente sgretola questo stesso immaginario domestico, offrendo frammenti di una vita qualunque, troppo simile ad altre “vite qualunque” (un ambiente astratto, in una simbolica gabbia); frammenti che, avulsi da un contesto coerente, si presentano come incubi in un mondo in cui a essere vivi, veri e “riconoscibili” sono solo gli oggetti, agiti da attori che sono ormai solo algidi Pupi.